Recensioni

7.4

Tocca ammetterlo: da parte nostra non c’erano chissà quali
aspettative per l’album n°2 delle Long Blondes. Più che per malafede,
per statistica: salvo eccezioni, il sophomore record cade
spesso come una mannaia sul collo delle malcapitate band fino a poco
prima incensate. Più che altro, quella formula colta e ruffiana assieme
di wave-pop da cameretta, sorta di ibrido Pulp-Smiths-Siouxsie(con una vocazione da star del pop alla Abba, a sentir loro), sembrava
tanto compiuta in sé da ammettere soltanto la ripetizione. Se però c’è
una cosa di cui ci eravamo accorti un anno e mezzo fa con Someone To Drive You Home,
è che le ragazze – e i due ragazzi – di Sheffield erano dotate,
soprattutto, di personalità. Ed è proprio questo che fa del loro
secondo disco esattamente ciò che ogni secondo disco dovrebbe essere,
ovvero un decisivo e significativo balzo in avanti. Couples(un quasi-concept, che gioca ancora una volta con certe angosce
suburbane) è un album-statement, che sa dispensare sorprese e piaceri
inaspettati.

La presenza in studio del dj e remixer Erol Alkan (il futuro producer più ricercato d’Albione? Si accettano scommesse)
deve aver certo giocato un ruolo decisivo in questa semimetamorfosi
disco-pop; i synth accattivanti mescolati i falsetti ammiccanti di una Kate Jackson sempre più gattosa e sexy – Century, Too Clever By Half, Guilt – sono il coronamento di un sogno metapop à la Paul Morley, una Kylie Minogue che fronteggia i Banshees, o una Gwen Stefani che si struscia su Alan Vega e Martin Rev.

Aggiungiamo
a questa zampata di stile – che da sola terrebbe in piedi non solo
tutto il disco, ma un’intera carriera – una crescita esponenziale nella
costruzione dei pezzi e negli arrangiamenti, con quelle liriche da
Morrissey/Jarvis Cocker in gonnella ancor più ficcanti affidate a soluzioni sonore più varie (The Couples, in tal senso, è un capolavoro; ma anche l’algida e robotica Nostalgia). Poi, a conferma di una maggiore sicurezza – sfrontatezza? -, mettiamoci pure che Round The Hairpindà finalmente sfogo a quella vena sperimentale già visionata in alcune
vecchie b-side (putacaso, prodotte proprio da Alkan), mentre altrove si
recupera una certa ruvidezza pop wave, revivalista e postmoderna, ma
sempre con gusto, intelligenza e – ecco che ritorna la parola chiave –
personalità. Insomma, abbiamo l’impressione che questa sia una delle
rare band in giro che sa davvero mantenere ciò che promette.

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