Recensioni

Resta ben piantato ad uno schema ondivago, a metà strada tra dream-pop e didascalie easy-listening, il progetto del terzetto catanese Locomotif. Un ritorno consumato sulla lunga distanza e con ben quattro anni a far da spartiacque. In mezzo a tutto questo, Be2, un disco sintetizzato in questi termini dalla band: «abbiamo usato il mare e le poesie, le strade che non abbiamo percorso e lo stomaco. Be2 racconta la possibilità che ognuno di noi ha di scegliere, anche quando non sceglie. La dualità in ogni cosa: le stanze vuote e noi dentro, soli, insieme, fermi con il tempo che conta». Il risultato è un ciottolo frastagliato dalle nervature pop che profuma di salsedine e di Mediterraneo. Ma anche di amori finiti, di nuove direzioni da seguire, di segnali da carpire.
I Locomotif s’inerpicano su questo sentiero a piedi nudi, concedendosi tempi estatici che hanno il retrogusto di esposizioni post-rock (Tell Your Eyes), non rinunciando a manipolare suoni ed atmosfere attraverso un’elettronica filtrata, quasi ovattata (Two Drops and Sea), sempre sostenuta dalla vocalità cristallina di Federica Faranda. In un mood altalenante, in grado di mescolare motivetti leggeri (30 Trains) e spaccati malinconici (Air Is Not Enough), Be2 strizza l’occhio alla caducità in chiave Amycanbe così come all’innata dualità di Double Soul degli Iori’s Eyes. La glaciale mini-suite in coda (Lezioni Americane), sì tanto filo-Sigur Ròs, è la degna chiusura di un intenso intervallo di tempo in cui il trio siculo ha voluto osservarsi dal di fuori, provando a mettersi finalmente a nudo.
Be2 segna un passaggio deciso e decisivo verso una piena maturità stilistica. I Locomotif delineano i contorni di un piccolo tassello che fa dell’emotività il proprio punto di forza. Un’emotività che, a sua volta, addolcisce e mette in discussione canoni stilistici ed estetici, evidenziando tutte le peculiarità di questo piccolo prisma dream-pop.
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