Recensioni

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Non è solo la strumentazione atipica a farne una mosca bianca del panorama musicale contemporaneo. C’è nelle musiche, anzi nell’atteggiamento e nell’attitudine di Mike Thies e Topu Lyo – al secolo Live Footage -, una volontà di rompere barriere e agire trasversalmente rispetto a qualsiasi trend, che ce li fa immaginare come due alieni o quasi. Per dire, visto quanto credono nella autoproduzione e nell’autorganizzazione, con etichette che se li litigherebbero molto volentieri vista la versatilità e l’appeal, saremmo tentati dall’associarli a scene molto più dure e pure, almeno musicalmente, che hanno fatto dell’integrità un cavallo di battaglia e dell’autoproduzione un dogma.

A differenza però di generi “reazionari”, i Live Footage non si sono mai tirati indietro di fronte a nessuna sfida e hanno sempre concepito la produzione discografica come uno dei tanti modi, non l’unico, per affrontare nuovi territori e sperimentare nuove possibilità (il disco tributo a J. Dilla o le contaminazioni con le gallerie d’arte e le sfilate di moda, ad esempio). Così l’idea di base di soundtrack music jazzata che i due hanno sempre portato avanti in virtù di una certa fascinazione per musiche immaginifiche e per la tendenza a sfruttare al meglio l’accoppiata cello/loops (Topu) e batteria/tastiera (Thies), diviene il pretesto per scandagliare atmosfere evocative e visive/visionarie tra minimal beat di batteria e semi-ambient stravagante, trip-hop mutante e jazz inacidito, parentesi da dubbone chill-out meets astrazioni contemporary, circolarità groovey mai esagerata e figlia del miglior post-rock.

È la dimensione degli spazi evocati a fare la differenza e a risultare il vero obbiettivo del duo newyorchese. Roba notturna, complessa nella sua apparente semplicità. In una parola, roba che non merita di passare sottotraccia, anche se sottopelle ci resta eccome.

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