Recensioni

Cominciamo dalla parte buona. La decisione dei Linkin Park di tornare a fare musica va accolta con rispetto, nonostante tutto. Ci sarà inevitabilmente chi urlerà al sacrilegio e all’offesa della memoria di Chester Bennington, ma questo comeback a sette anni dal suicidio del cantante va visto – se si vuole essere indulgenti – più come espressione della voglia di far ripartire una storia, di ritrovare contatto con i fan e forse anche di omaggiare idealmente l’amico scomparso, che un tentativo in extremis di sfruttare un brand che nel nuovo millennio – fino, appunto, a quel tragico 2017 – aveva macinato record stratosferici di vendite e di sold out.
La parte buona e l’indulgenza purtroppo finiscono qui. Perché poi From Zero (il titolo richiama le origini del gruppo, che inizialmente si chiamava Xero) si rivela sì come una prova di forza e di resistenza, ma solo da parte dell’ascoltatore. Il problema non è tanto la nuova co-vocalist Emily Armstrong (una delle due new entry, l’altra è il batterista Colin Brittain) che ha una voce potente, abbastanza versatile e fa il suo. Oltre al fatto che inserire una prospettiva femminile in un contesto sempre a forte rischio di machismo è anche una mossa potenzialmente interessante e coraggiosa.
No, il problema è tutto il resto. Le undici canzoni dell’album sono state presentate come un tentativo di rinnovamento del classico stile della band, impegno che sarebbe anche encomiabile e comprensibile alla luce di tutto quello che è successo. Il fatto è che di “nuovo” in questo disco non si sente pressoché nulla, al contrario è un soffocante senso di vecchiume a gravare come una cappa su tutto l’album. Riffoni metallari che erano già stantii nel 2000 (non che questo sia mai stato un problema, per loro), progressioni “melodiche” che vorrebbero essere intense ma purtroppo grondano retorica mainstream da ogni poro (Good Things Go, ovvero se Céline Dion avesse fatto nu-metal), un suono pompato oltre il limite della umana sopportazione e che riempie ogni spazio possibile, con il tipico horror vacui di chi non ha niente da dire.
È tutto talmente esibito, esagerato (nell’emotività del cantato, soprattutto quando le voci di Amrstrong e di Mike Shinoda si intrecciano, così come negli arrangiamenti privi di qualunque ombra di finezza), iperreale da sembrare parodistico. Ci correggiamo: non è che sembra, è parodistico. E lo è involontariamente, che è pure peggio. Un catalogo delle influenze della band ridotte a stereotipo caricaturale, per giunta spiattellato con un’enfasi degna di miglior causa: il rap “crossoverizzato” (Two Faced, l’orrenda Heavy is the Crown), l’alternative anni ’90 misto di grunge e punk melodico (Cut the Bridge), l’industrial/metal (Casualty), persino dub e trip-hop (Overflow, forse l’unico brano che non viene voglia di skippare dopo venti secondi; dopo cinquanta sì, però).
Può darsi che l’effetto nostalgia ripaghi questi nuovi/vecchi Linkin Park, e che alla fine questo sia davvero un nuovo inizio per loro. Auguri. Per chi invece di nostalgia per un genere come il nu-metal non ne ha nessuna, From Zero è semplicemente la conferma, per giunta fuori tempo massimo, del fatto che faceva bene a fuggirlo come la peste già venticinque anni fa.
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