Recensioni

Quando, a una manciata di mesi da Six Cup Of Rebel, Lindstrøm aveva annunciato l'uscita di un nuovo album (il quarto in solitaria per lui) saranno stati in molti a storcere il naso. Dopo una carriera fatta di filosofia space, sempre a disegnare teorie strettamente personali, sempre restando volutamente fuori fase rispetto al suo stesso ambito d'azione, tornare al lungo formato subito dopo il suo album più sperimentale e astratto sapeva abbastanza di esagerazione. Soprattutto per chi del produttore norvegese aveva sempre apprezzato il profilo intellettuale ma ne aveva lamentato spesso il tocco leggero e fin troppo candido, per chi rispettava il carattere di un Where You Go I Go Too ma in fondo preferiva i momenti più vivaci dei dischi con Prins Thomas.
La cosa più bella però è schiacciare play e vedersi svanire in un sol colpo tutte le perplessità. Rà-àkõ-st è subito un gioiellino di energia e armonia, di quelli che prima ti riassumono in maniera egregia tutta la forza della space disco (groove raffinatissimi, sensazioni legate ad altri tempi, quei crescendo progressivi portati al limite ma mai esasperati) e poi te ne presenta il conto nella sua forma di maggiore impatto. Allora capisci quanto è stato importante stavolta il ruolo al mixaggio di Todd Terje, il ragazzo più promettente della scena norvegese e anche quello dal carattere più vivace, e infatti non a caso Smalhans è il più dritto dei dischi di Lindstrøm, quello più assimilabile ai sentori house. Eppure è anche quello che sa toccare più corde, che ti riporta alla memoria il background musicale dei telefilm anni '80 e il senso melodico della tua formazione adolescenziale: la materia space sa sempre darti una forte sensazione di familiarità, non c'è da stupirsi troppo se dentro ci senti realtà lontanissime come i Goblin più prog o gli Stadio di Lunedi Cinema.
Sono solo sei tracce per poco più di mezz'ora, ma son sei pezzi perfetti. Lindstrøm li ha registrati in studio dopo Six Cup Of Rebel, lavorando senza ansia e senza fretta, forte dell'album recentemente pubblicato. Ha giocato sui loop con l'entusiasmo di un bambino, scendendo nei dettagli e affinando ogni sfumatura singolarmente. Un processo che paga perché lo senti tutto in ogni traccia, in una Eg-ged-osis dai bassi intriganti che si lascia elevare dal tipico senso della melodia norvegese, nel daftpunkismo riacceso di grinta funk di Vos-sako-rv, nella potenza visiva di Faar-i-kaal che rispolvera l'attitudine da soundtracking e riaggancia la cosmica di Vangelis e Jarre, negli agenti lievitanti di Va-fle-r, un gioco di inserti eleganti che arricchisce l'esperienza d'ascolto e nello stesso tempo ti spara in orbita.
La verità è che Smalhans è il generoso dono che Lindstrøm fa al proprio pubblico. Il suo disco popular, se vogliamo. È il sacrificio della propria vena intellettuale per offrire ai fan quel che volevano da sempre, ossia la sua opera più divertente, coinvolta e carica di armonia. Il maestro indiscusso della space music scende finalmente dal piedistallo, mette da parte le lenti da nerd e inforca un paio di Ray-Ban neri, sdoganando i propri piaceri emozionali e spostando la consolle in mezzo alla gente. Questo è l'album che metterà tutti d'accordo e piacerà a ogni categoria d'ascoltatore. Dura poco, è vero, ma l'invito a rimetterlo in play non è mai stato così forte.
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