Recensioni

6.3

Dopo anni di intensa attività live, il cantautore Letlo Vin presenta l’album d’esordio Songs For Takeda, un lavoro folk/blues che parte da un concept ben preciso: un tributo e un insieme di memorie in ricordo di un amico morto suicida, al quale – come recita il titolo – sono dedicate tutte le canzoni del disco.

Dal punto di vista delle sonorità, Songs For Takeda attinge a piene mani dalla tradizione del songwriting americano, spaziando dalle polveri secolari di Woody Guthrie e Pete Seeger al lirismo intimo e acustico di Bob Dylan e Leonard Cohen: giusto un paio di esempi per mostrare come il Nostro guardi ben oltre i confini del cantautorato prettamente italiano, abbandonando così un paradigma più ristretto per concedersi di entrare in un universo – quello del folk, appunto – ben più profondo e trasversale. Il risultato sono brani classici e ben costruiti, che rendono il disco coeso senza farlo suonare monotono. Si comincia con il blues crepuscolare di Rusty World’s Seeds e si prosegue poi con il crescendo rugginoso di Roll Over My Devils e Brix (tra i pezzi più riusciti del lotto), che diventano una sorta di preghiera/invocazione agli spiriti dell’amico scomparso, entrambe capaci di sintetizzare al meglio il già citato concept dell’album.

È lo stesso sound sporco ed essenziale, accompagnato da una vocalità non originale ma comunque appassionata, che troviamo in canzoni ora declinate in un rock di springsteeniana memoria (How Young Were You?, Friday Night), ora amalgamate nell’intreccio tra acustica, ukulele e percussioni (cajon, stompbox), che conferisce ad ogni traccia una vena di ricercatezza spesso assente in altre prove sullo stesso genere (come dimostrano anche buoni episodi quali Your Mama Saw There e It Won’t Last Long).

Visti i canoni di riferimento, e nonostante la qualità delle singole tracce e di arrangiamenti estremamente curati, il limite di Songs For Takeda sta forse in una generale mancanza di pathos e originalità, laddove altri colleghi – uno su tutti, Bon Iver – sono invece riusciti ad incanalare un intero spettro di emozioni all’interno di canzoni in grado di rispecchiarle tutte. Manca dunque un po’ di intensità e calore, qualcosa in grado di mettere le canzoni al centro di un’analisi profonda e senza veli, per un disco che, in teoria, dovrebbe fare dell’introspezione la propria carta vincente. Un buon esempio di artigianato folk dentro un mare immenso e indefinito di altre proposte.

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