Recensioni

Chi si rivede. Evan Dando non pubblicava un album dal 2009, quando uscivano i due volumi di cover Varshons e Varshons II. Per un disco di inediti bisogna andare ancora più indietro: l’eponimo The Lemonheads per cui aveva arruolato la sezione ritmica dei Descendents ed era tornato un po’ alle vecchie origini punk. Quasi vent’anni fa. A chi gli chiede il perché di un silenzio così lungo, Evan oggi risponde tranquillo che ha voluto tornare a fare un disco solo nel momento in cui si sentiva veramente di farlo. E il “momento” coincide con l’arrivo di un libro-confessione scritto a quattro mani con Jim Ruland, intitolato Rumours of My Demise.
Sarà il libro che accompagna idealmente l’uscita di Love Chant o forse è vero il contrario – da un lato c’è la riflessione sul passato, dall’altro c’è musica nuova che riflette entrambi, il passato ma anche un presente che ha portato numerose novità. Non è che Dando fosse sparito, aveva continuato a suonare dal vivo, e intanto che scriveva e dettava le sue memorie nella sua vita sono successe cose importanti: lo scorso anno si è sposato con Antonia, adesso vive in Brasile e da un po’ ha smesso finalmente con la droga, o meglio con quella più pericolosa (l’eroina). Tanto tempo è passato, tante cose sono cambiate, ma la musica sarà la stessa?
Sì, ma non è una copia. 58 Second Song ci catapulta subito dentro un classico, visto che shakera con successo country, pop, punk, ritmo frizzante e melodia malinconica. Lo stile Lemonheads come lo abbiamo imparato da It’s A Shame About Ray o Come On Feel The Lemonheads. Eppure qualcosa c’è di diverso, il timbro della voce sembra più roco e profondo (sarà l’età o la maturità?), e lo stesso colore ha il cantato di Wild Thing e di The Key of Victory, due pezzi tra l’altro molto diversi. Ma non è il particolare più importante, solo un esempio di un gioco che dà il senso a Love Chant e lo rende il disco che è: il ritratto onesto e complesso di un musicista/uomo che ha fatto i conti con una parte importante della sua vita (dai testi sembrano emergere più i fantasmi del passato dell’ottimismo di oggi) mentre inizia un nuovo capitolo. Anche artistico, chissà.
Un gioco a entrare e uscire con naturalezza dalla comfort zone, un gioco di piccoli scarti e variazioni su uno stile familiare, di mix tra la nuova vita (il disco è registrato a San Paolo con la produzione di Apollo Nove) e i vecchi amici (in Deep End ci sono J Mascis alla chitarra solista e Juliana Hatfield ai cori, e c’è la firma di Tom Morgan sulla musica insieme a quella di Dando).
Tra cose che cambiano o si mescolano, rimane su tutto un talento melodico che il tempo non ha certo cancellato. Sbarazzino, leggero, anche furbetto (Wild Thing strizza l’occhio al classico dei Troggs non solo nel titolo), ma capace di darsi una bella rinfrescata a suon di ritmo, non tanto per il taglio rock and roll della title-track, o l’accelerata di Cellphone Blues che addirittura recupera certo hardcore “ormonale” alla Hate Your Friends, ma per il pop-rock pieno di groove di Deep End, In the Margin, Be In, Marauders.
Se il colore tropicale del Brasile emerge al massimo nei bonghi usati per Key of Victory (bisogna proprio cercarlo con attenzione), è in questa verve funky che il nuovo album marca il suo carattere, effervescente, dinamico, che – come dicevamo – dà un senso positivo al ritorno.
Amazon
