Recensioni
T C F
415C 4719 7F78 E811 FEEB 7862 2883 06EC 4137 FD4E C3DE D8B
-
Gaspare Caliri
- 5 Dicembre 2014

Lars Holdhus è uno a cui piace rendere criptico il proprio messaggio musicale. Ce lo ricorda presentando il disco in uscita su Liberation Technologies in un luogo che certo poco ci aspettiamo da un producer, ossia nella descrizione della propria campagna su Indiegogo (il secondo portale internazionale di crowdfunding, dopo Kickstarter): “la prossima release consisterà in un’entità digitale e materiale che incorpora indispensabili miscugli. Ci troverete materiale nuovo ed entropia proveniente da materiale precedente / The forthcoming release will consist of a digital and materialized entity with necessary hashes embedded. It will include new material and entropy from previous material”.
Ci sono tutte le parole chiave per descrivere 415C47197F78E811FEEB7862288306ECFD4EC3DED8B – e ricordiamo che la campagna era stata lanciata per vendere le due passioni di TCF, il tè (in bustine di qualità pregiate) e la musica, sotto il nome “Tiny Encryption Algorithm (TEA)”. Nel breve testo riportato e nel resto della descrizione Lars ricorda l’entropia, il fascino della compilazione automatica, e il suo vero dio, l’algoritmo. Holdhus non è certo il primo che parla dell’accostamento tra algoritmica e musica. L’archeologia di quel sapere si perde nella musica classica e contemporanea – con picchi di intensità intellettuale con Hiller e Xenakis. Anche se forse le sette tracce ricordano maggiormente gli Experiments in Music Intelligence di David Cope, uno dei padri della musica algoritmica, che, in un’intervista del 2007, definisce così un algoritmo: “An algorithm is a step-by-step recipe for achieving a specific goal. Breathing, heartbeats, blinking, and so on, are naturally occurring algorithms that help keep us alive. DNA, the building block of life, represents another good example of a common algorithm. We also use algorithms when we bake cakes and play board games. Similarly, a computer algorithm is a step-by-step code for producing some desired result. We routinely use computer algorithms when we spell check, use search engines on the Internet, automatically extract parts from orchestral scores, and so on. Algorithmic music, then, is a step-by-step recipe for creating new compositions.”
La ricetta passo-passo di TCF parla il codice del frammento, un po’ come tanti altri innovatori oggi (da Objekt al lume Oneohtrix Point Never). La composizione è accostamento di tratti che compongono non un brano ma un sistema di accostamenti su paesaggi ambientali, che un tempo si sarebbero detti rizomatici. Fa eccezione forse il crescendo della penultima traccia (DB 9F 72 A8 B4 1C 62 8A 3C 96 22 8B 5B 03 23 6F 81 16 64 76 3E 0A D8 16, che ricorda gli ultimi Fuck Buttons).
Le piattaforme ambientali (F8 5E BB 63 94 B5 17 BA 74 AC 11 EE 33 86 B2 7E 93 E0 E4 AA B4 CF 1F 64) su cui galleggiano i tratti impazziti di Holdhus, a partire dalle otto tracce del 2013, sono grandiose e possenti, e qui si compie la bellezza della sua musica: dare corposità a ciò che per sua natura (le metafore naturali di Cope sono ancora una volta ottima descrizione) dovrebbe essere sfuggente alla razionalità umana. L’algoritmo è più una metafora della realtà che un metodo di composizione, come ammesso di recente da TCF a The Fader. Farsi carico della complessità sembra oggi una missione che mette insieme tanti bravi producer. Il norvegese Holdhus si trova a suo agio al timone di questa esplorazione (a partire da D7 08 2A 8D 2A 37 FA FE 17 0E 62 39 06 81 C8 A1 49 30 6F ED 56 AD 5E 04, prima traccia dell’album), drammatica e più umana di quanto si creda.
Amazon
