Recensioni

La storia è nota: Dieter Moebius, Hans-Joachim Roedelius e Konrad Schnitzler si incontrano nell’orbita dello Zodiak Free Arts Lab di Berlino, decidono di battezzarsi Kluster e danno alle stampe un paio di dischi in bilico tra avanguardia ispirata a Varèse e testi sacri declamati. Klopfzeichen e Zwei Osterei escono tra il 1970 e il 1971 e mostrano un suono nervoso e oscuro a metà strada tra proto-industrial e LSD, in cui convivono droni, feedback, violoncello, flauto, percussioni, recitativi inquietanti. Viene il momento di pubblicare il terzo album ma la band è senza etichetta discografica. Moebius e Roedelius non se la sentono di sobbarcarsi le spese di stampa del disco e così Schnitzler se ne va portandosi dietro il materiale che sarebbe dovuto diventare Eruption. Lo stesso materiale finirà per rappresentare il suo primo passo da “solista” col titolo di Schwarz.
La ristampa che abbiamo tra le mani riporta un po’ d’ordine negli archivi – anche se poi ci aveva già pensato la Marginal Talent a metà anni Novanta a dare ai Kluster quel che era dei Kluster -, riprendendo la cover originale e specificando meriti e oneri. Buona parte del lavoro è tratta dal concerto che la formazione tedesca tiene a Göttingen nel ’71 – poi rielaborato in studio -, materiale a suo modo distante dai dischi precedenti ma anche da quella che sarà l’evoluzione dei Moebius e Roedelius post-Schnitzler nei Cluster. Sembra quasi di trovarsi in una terra di mezzo sospesa tra le profondità metalliche e angoscianti dei primi due dischi e una visione musicale che abbandona le parti recitate per concentrarsi su un flood sotterraneo, a suo modo “cosmico” e più strutturato rispetto al passato. Qualcosa di analogo ai Tangerine Dream di Aplha Centauri, per intenderci, seppur in chiave drammatica, fangosa, crepuscolare.
Due suite di cinquantasei minuti complessivi inchiodate sui crescendo, sulla ciclicità del suono, su certe interferenze pilotate e reiterate che fanno pensare a quello che saranno i Throbbing Gristle di lì a poco. Un continuum disturbante e con qualche inflessione noise, sorretto da un Klaus Freudigmann capace di dare ulteriore credibilità a tutta l’esplorazione con il fondamentale apporto tecnico in fase di registrazione.
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