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Ci sarebbe stato da aspettarsi il decimo album dei Blonde Redhead – attesa stemperata solo in parte dal 3 O’Clock EP di due anni fa – e invece arriva questo Adult Baby di Kazu Makino, che alla soglia dei cinquanta, si concede l’esordio e la copertina in bikini. Che nel corso degli ultimi anni la giapponese avesse preso sempre più spazio in sede compositiva, a discapito dei fratelli italiani Amedeo e Simone Pace, era cosa esplicitata dall’ultimo longplaying, quel Barragán dichiarato «il disco di Kazu».
In queste nove tracce, fin dall’opener Salty che ha anticipato il disco, si percepisce un leggero scarto rispetto alla linea tenuta dalla band madre. Nonostante i cambi di direzione sonora del trio di stanza newyorchese, infatti, il brand Blond Redhead è sempre stato chiaro, riconoscibile, dato dalla summa di tessiture di chitarre, pulsioni post, tendenze pop alte, eleganza senza tempo. Qui emerge ancora più forte la componente di Makino, un po’ stralunata, un po’ bambina, eterea e sospesa come fosse sempre cantata e composta in controluce in un tramonto di ottobre. La sua indole, così come il suo modo personalissimo di accostarsi al canto (entrambi imitati, ma l’originale continua a essere una spanna sopra), qui sono sostenuti da rare chitarre e più frequenti composizioni elettroniche, in parte almeno fornite dal connazionale Ryuichi Sakamoto. La strumentazione di quest’ultimo – tastiere, campane e triangolo – fa capire che Makino calca la mano sulla parte artistoide, da galleria d’arte, da Biennale di Venezia o Art Basel, che porta questo pop rarefatto e algidamente sensuale in territori più intellettuali, colti, in memoria di una vecchia idea novecentesca di musica “alta” e “bassa”, che qui si frangono l’una nell’altra.
La title track è dedicata a un club – dice Makino – frequentato da uomini di potere che vengono trattati come bambini. Che esista davvero o che sia invenzione narrativa poco importa: esplicita una spinta alla regressione infantile, da Lolita, che è sempre stata presente in varie gradazioni nell’interpretazione che la cantante ha dato alla sua musica. I field recording che puntellano il disco (vedi le rane che gracidano all’inizio di Name and Age) aggiungono un tocco di natura che talvolta sorprende, ma che forse è incastonato nella biografia di quest’artista, che recentemente ha deciso di passare una parte dell’anno all’isola d’Elba, in un maggior contatto con l’organico che le deve ricordare l’infanzia – a sua detta – immersa nella atmosfere pastorali della campagna nei dintorni di Kyoto. Sia come sia, rimane un elemento distintivo e “contemporaneo” del disco di Makino, che fa filtrare modi da Pink Floyd pastorali. Manca forse il guizzo che renda Adult Baby un disco da ricordare, ma è un bel viaggio organico dentro alla creatività e alla personalità di un’artista che, bene o male, non è passata inosservata negli ultimi trent’anni.
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