Recensioni

Tra gli appassionati di musica folk inglese l’uscita del nuovo album di Kate Rusby è sempre un grande evento. L’entusiasmo è giustificato. Tra collaborazioni, lavori con le band (tra cui le indimenticabili Poozies), album natalizi, antologie e apparizioni varie, è diventato complicato calcolare il numero dei dischi realizzati dall’“usignolo di Barnsley” (così la cantautrice viene talora indicata dai suoi più arcadici fan). Fortunatamente la sua casa discografica, Pure Records, ci assicura che questo è l’album numero quattordici da solista, in una carriera giunta al ventiquattresimo anno. C’è da fidarsi, loro lo sanno meglio di chiunque altro. Pure Records è infatti un affare di famiglia, una sorta di cottage industry creata e gestita dai genitori, dalla sorella e dal fratello di Kate, i quali si occupano di tutti gli aspetti organizzativi, dalla pianificazione dei tour alla preparazione dei poster. La stessa Kate ha sempre sottolineato che la sua carriera musicale è un lavoro di squadra.
Il progetto di questa etichetta discografica indipendente a gestione famigliare, che all’inizio sembrava folle, ha funzionato alla grande. Il luogo in cui si svolge l’avventura musicale è il distretto di Barnsley, nello Yorkshire meridionale. Zona rurale, certo, ma storicamente anche terra di miniere e minatori. Gente tosta, con un lavoro duro, pieno d’insidie e dannoso per la salute. L’influenza delle miniere, in piena attività fino a pochi anni fa, ha segnato molte famiglie e se ne trovano echi anche in questo disco, per esempio nella canzone Big Brave Bill. La Rusby è molto legata a questi luoghi, e ne sfoggia fieramente l’accento quando parla e quando canta. Grazie a questa passione per le storie della propria terra, a una voce sublime e a un raro talento per l’aspetto emotivo dell’esecuzione, la cantautrice ha fatto propria una tradizione musicale e l’ha portata a un pubblico che originariamente non era necessariamente orientato verso il folk. In Gran Bretagna del resto il terreno era fertile da almeno tre decenni. Emersa sulla scena musicale a metà degli anni Novanta, Kate Rusby si è mossa nella scia di una straordinaria generazione precedente di voci femminili che aveva approfondito e arricchito il panorama del folk inglese a partire dagli anni Sessanta: Shirley Collins, Anne Briggs, Vashti Bunyan, Sandy Denny, Maddy Prior.
Un affare di famiglia è anche il nuovo album, intitolato Life in a Paper Boat, pubblicato da Pure Records e prodotto dal marito di Kate, il chitarrista Damien O’Kane. Il disco contiene dodici brani, tra cui sei composizioni originali della Rusby (spiccano Hunter Moon, Life in a Paper Boat e Only Desire What You Have), più alcune canzoni tradizionali riarrangiate o parzialmente riscritte (Pace Egging Song, Benjamin Bowmaneer, The Ardent Shepherdess, Hundred Hearts), e cover di altri artisti (The Witch of the Westmorland). Ma la distinzione non è sempre netta. Per comprendere meglio questa classificazione di comodo occorre aprire una parentesi sui procedimenti compositivi della cantautrice di Barnsley. Fin dagli inizi la Rusby si è fatta protettrice e sostenitrice delle canzoni popolari tradizionali: non solo le canta, ma va a cercare quelle dimenticate in volumi ammuffiti, le riporta alla luce, le riscrive, finché dal processo ne esce una canzone quasi del tutto nuova. La cantante cerca ispirazione nella sua collezione di vecchi libri di ballate, molti dei quali acquistati per pochi soldi nelle bancarelle dei mercatini. Spesso questi vecchi libri contengono i testi delle canzoni ma hanno scarse indicazioni, o nessuna indicazione, sulla musica, la melodia o l’accompagnamento. Spinta dalla curiosità di ascoltare canzoni che sono in silenzio da decenni o addirittura da secoli, e che pure lasciano intuire stati d’animo così attuali, la Rusby prende questi testi e li riporta in vita creando per loro una melodia. Talvolta anche il testo ha bisogno di modifiche e adattamenti. Pagine e temi che parevano interessare solo l’artista e l’antiquaria diventano così patrimonio di tutti. E le parole dei vecchi libri si fanno trampolino per una creatività che affonda le radici nella tradizione, assorbe il fascino del passato e trasmette le inquietudini del presente.
In questo disco Kate Rusby è accompagnata dalla sua band, composta da Damien O’Kane (chitarra acustica ed elettrica), Duncan Lyall (contrabbasso), Nick Cooke (fisarmonica diatonica), Steven Byrnes (bouzouki e chitarra tenore), Steven Iveson (chitarra elettrica) e Josh Clark (percussioni). Nell’album figurano inoltre diversi ospiti tra cui, dall’America, due membri degli Union Station di Alison Krauss: Ron Block (banjo) e Dan Tyminski (voce). Non c’è da stupirsi per l’impiego di musicisti provenienti dal bluegrass d’oltre oceano. Già in passato l’inglesissima Rusby aveva dimostrato grande attenzione per la musica tradizionale americana. Si ascolti ad esempio, nell’album Sleepless, la sua toccante versione di Our Town di Iris Dement, canzone profondamente americana che ha poco a che spartire con la campagna inglese. Eppure la Rusby riesce a farla propria con grande delicatezza, senza traumi.
Life in a Paper Boat non è un album radicalmente diverso dai precedenti. È un disco di continuità, più che di rottura. La qualità è alta, come al solito. Come sonorità l’unico elemento di differenza evidente è costituito dalla presenza occasionale di sintetizzatori, e soprattutto del Moog suonato dal bassista. La Rusby afferma di aver intenzionalmente favorito quest’incontro tra vecchie canzoni e tecnologia moderna affinché si creasse «un’inquieta oscurità intorno alle canzoni». Ma le canzoni della Rusby non hanno bisogno di tali espedienti per irradiare un senso di magia e turbamento. La cantante stessa ne è consapevole. Si tratta in ogni caso di un uso molto sobrio e parsimonioso di queste tecnologie, per fortuna lontanissimo da certi arrangiamenti “celtico”-elettronici in voga tra anni Ottanta e Novanta. L’album prende il nome dal titolo di una canzone in esso contenuta: Life in a Paper Boat, appunto, una delle sei composizioni originali della Rusby. La cantautrice ha raccontato che l’impulso a scrivere questo brano è venuto guardando in TV le notizie sulla crisi dei migranti, e in particolare il primo piano di una donna che teneva in braccio la sua bambina piccola su un barcone. Questa donna, sola con la sua bambina, aveva deciso di affrontare un pericoloso viaggio in mare alla ricerca di una vita migliore, più sicura. La Rusby si è detta profondamente colpita da quell’immagine, «probabilmente perché sono una madre anch’io». Non è però nelle corde della Rusby scrivere brani impegnati su grandi eventi contemporanei: «Vorrei avere delle risposte, ma tutto ciò che ho è una canzone», ha affermato in proposito.
E difatti la crisi dei migranti costituisce solo lo spunto per una canzone che è di portata più ampia. I temi sono quelli della ricerca di una terra promessa, spesso perseguita con mezzi inadeguati, fragili e rischiosi. E il senso di perdita di ciò che ci si lascia alle spalle, la solitudine che la ricerca di una vita migliore può comportare. La barca di carta che naviga per il mondo, insomma, è un’immagine meno spensierata di quel che sembra a prima vista. Molto si potrebbe poi dire sull’interesse della musica folk per il tema del viaggio, delle migrazioni, dei marinai e dei vagabondi. Un interesse a prima vista sorprendente in quello che quasi per antonomasia è il genere musicale dell’appartenenza a una data terra, dell’identità legata a un luogo, a una lingua, a una cultura, a una storia. Di migrazioni (e di vecchi libri) si era già occupato recentemente, ad esempio, un altro musicista associato al folk britannico, seppur creatore di un tipo di folk atipico, combinato o convivente con altri generi, dal prog all’hard. Mi riferisco al quasi settantenne Ian Anderson, leader dei Jethro Tull, e al suo disco Homo Erraticus, uscito nel 2014, un concept album al centro delle cui vicende vi è un polveroso manoscritto intitolato “Homo Britanicus Erraticus”.
In questo disco di Kate Rusby, come in gran parte dei suoi album precedenti, l’umore dominante è una trasognata malinconia, nient’affatto spiacevole, che anzi offre una sorta di conforto. Le canzoni sembrano esistere fuori dal tempo, immerse in una dimensione al confine col mitico, l’onirico, il sovrannaturale, il fiabesco. Le storie sono misteriose e perturbanti. Non mancano, in perfetta tradizione inglese, i cavalieri in armatura che uccidono il drago. Ma tutto ciò è sempre accompagnato da un interesse per il bizzarro, l’eccentrico, il quirky. Si prenda ad esempio Benjamin Bowmaneer, canzone tradizionale probabilmente ispirata dalla guerra dei cent’anni. Essa narra di un sarto che va in battaglia per gli inglesi usando come attrezzatura bellica gli strumenti del suo mestiere: ha un tavolo per cavallo, come briglie dei pezzi di forbici, la lancia è ricavata da un ago, le campane da un ditale, e via dicendo. Un’altra canzone tradizionale, la vivace Pace Egging Song, trae origine dalle celebrazioni pasquali nello Yorkshire occidentale, dove in questo periodo dell’anno vengono messe in scena antiche rappresentazioni incentrate sulla figura di San Giorgio che sconfigge i cavalieri rivali. The Witch of the Westmorland, cover di un brano del cantautore scozzese Archie Fisher, narra di un cavaliere ferito che viene guarito da una misteriosa strega.
Altro tema ricorrente è l’amore, che appare in forme diverse, spesso colorato di tinte bizzarre, calato in situazioni peculiari. Nella struggente Hunter Moon, ad esempio, è proiettato sui corpi celesti. La luna parla del suo amore non corrisposto per il sole, e i generi sono invertiti rispetto a quanto siamo abituati nella lingua italiana. La luna (che è maschio) insegue il sole (che è femmina) pur sapendo di non poter mai raggiungere la luminosa amata, e di doversi al massimo accontentare di scorgerla per qualche breve istante ogni giorno: «io vivo nell’ombra / … il nostro percorso è ben consumato / in silenzio attendo l’alba…». Un altro tipo di amore è raccontato in The Ardent Shepherdess (testo tradizionale, musica della Rusby), dove l’avvenente pastorella Janie, che «non si fa mai sfuggire un affare», baratta i propri baci in cambio di pecore. Hundred Hearts (testo tradizionale rielaborato, musica della Rusby) è una promessa d’amore eterno fondata su periodi ipotetici. I’ll Be Wise (composizione originale della Rusby) ci presenta una ragazza ingannata e tradita, che la sera si abbandona ai sospiri e alla sofferenza, proponendosi di essere saggia l’indomani.
Chiude il disco una divertente bonus track, Big Brave Bill, sorta di inno a un eccentrico supereroe creato dalla Rusby come storia della buonanotte per le sue bambine. Big Brave Bill beve in continuazione Yorkshire Tea, salva i minatori in pericolo a Barnsley e soccorre i turisti inglesi a Maiorca disperati per l’orrenda qualità del tè. Dopo paladini a cavallo di tavoli da sarto e lune dal cuore spezzato, c’è un finale col sorriso per il quattordicesimo ottimo album di Kate Rusby.
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