Recensioni

La londinese Kate Nash faceva il suo ingresso sulle affollate scene del cantautorato femminile nel 2007, a un anno dal botto milionario dell’esordio di Lily Allen, con Made of Bricks, debutto ingenuo ma orecchiabile trainato dal successo della hit Foundations che le valse il disco platino e un Brit Award. Poi, come spesso accade con gli esordi fulminanti, i due album successivi (My Best Friend is You, del 2010, prodotto dall’ex Suede Bernard Butler, e Girl Talk, del 2013, via Fontana Records) faticavano ad eguagliarne il successo. Mollata dall’etichetta, lei decide di prodursi il quarto disco attraverso il crowfunding, promettendo incautamente «Angels from heaven above chocolate cake slices and monkey dances», annunciandone in seguito – e con sfrontata fierezza – la pubblicazione «through the magical vagina of the internet». Ed eccoci dunque a Yesterday Was Forever, un lavoro frutto di scelte stilistiche e interpretative non sempre felici (e a tratti apertamente discutibili) definito dalla stessa autrice come «l’estratto del diario di una teenager», in pratica un flusso di coscienza dichiaratamente regressivo, dove i cali d’ispirazione non mancano come pure quelli sul lato della tenuta complessiva.
Oscillando pericolosamente tra una Taylor Swift in gran spolvero hipster (Musical Theatre, California Poppies), una Lana Del Rey inspiegabilmente di buon umore (Hate You, Body Heat, My Little Alien) e una Avril Lavigne senza nessun motivo d’incazzo (Take Away, Drink About You), Kate Nash lascia sovente interdetti, soprattutto negli attacchi, in cui accade troppo spesso di ascoltare buone intuizioni melodico arrangiative scolorite in ritornelli inespressivi o scontati oltremisura. Quest’aspetto è evidente sin dalla prima traccia, Life in Pink, che potrebbe essere una ballata riot se non si risolvesse in un pop insulso e volutamente silly, pieno zeppo di coretti ammiccanti e riff facilotti. Lo stesso dicasi per Call me: un esperimento r&b su basi anche interessanti che degrada un po’ alla carlona e seguendo il medesimo canovaccio, confermandoci la sensazione che l’espediente si ripeterà più volte in scaletta. Kate Nash prova più di una volta a citare gli anni ’90 (l’intro di Twisted Up, se uno si impegna, potrebbe persino far pensare alle Sleater Kinney), ma anche da quelle parti è l’incapacità di essere veramente abrasiva ad emergere. Se Always Shining e To the Music I Belong sono pressoché da dimenticare, ci sentiamo di salvare Karaoke Kiss, che starebbe benissimo (e non a caso) come colonna sonora di un incontro di wrestling al femminile, sede in cui la Nash, magari nei panni di Rhonda “Britannica” Richardson di Glow, ci convince decisamente di più.
Occasionalmente brillante, il più delle volte deludente, piena di promesse di hit che hit non sono (e non lo diventeranno mai), Kate Nash, che pure non sembra aspirare alle più alte vette cantautorali, non riesce neppure a raggiungere un’aurea mediocritas pop.
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