Recensioni

Incredibile a dirsi, data la giovanissima età (20 anni!) del regista del film in questione, ma la storia di Backrooms di Kane Parsons parte da molto lontano. Precisamente nel 2019, quando una creepypasta si associò all’immaginario delle backrooms. Dove? Ma naturalmente in quel “meraviglioso” poutpourri antropologico di nome 4chan, grazie a un thread in cui si chiedeva di “pubblicare immagini inquietanti che sembrino semplicemente sbagliate“. Tra le risposte comparì infatti la prima, iconica, immagine delle backrooms, la cui posizione fu individuata solo nel maggio 2024 in un negozio di arredamento con pareti scorrevoli e mura finte a Oshkosh, nel Wisconsin.
Parsons all’epoca era già molto attivo su YouTube con il suo canale Kane Pixels, la fama però lo raggiunse nel 2022, quando pubblicò sulla piattaforma online Backrooms, un cortometraggio horror di meno di 10 minuti realizzato con la tecnica del found footage che riprendeva in pieno l’estetica della famigerata immagine e che fu talmente di successo da attrarre già all’epoca diversi produttori cinematografici. Evidentemente in un primo momento rifiutò, dato che continuò a condividere altri cortometraggi della medesimo filone, creando una saga.
Il successivo arrivo di A24 (insieme ad una serie di nomi di registi di genere molto noti tra cui James Wan e Oz Perkins) gli ha fatto poi cambiare idea e così, insieme alla “penna” di Will Soodik, ha dato vita al suo esordio nel magico mondo dei lungometraggi ad un età in cui non gli è permesso legalmente neanche bere una birra. L’attenzione intorno al titolo fu da subito molta, soprattutto per vedere se un regista da webserie potesse anche fare il cinema.

L’incipit è un flash forward orrorifico piuttosto classico nell’utilizzo in cui si riprende direttamente l’estetica e le atmosfere del cortometraggio omonimo, poi parte la pellicola vera e propria e da qui tutto diventa estremamente interessante. Da una parte c’è l’intreccio in cui un uomo di nome Clark (Chiwetel Ejiofor), architetto fallito costretto a gestire (male) un negozio di mobili e cacciato di casa dalla moglie, va da una Mary (Renate Reinsve), psicoterapeuta con la phisique du role della guru che si pubblicizza in tv, mentre dall’altra c’è la messa in scena artigianale della mitologia digitale della backrooms: dall’accesso tramite noclip, i vuoti degli interni, le architetture assurde, i glitch, le storte dell’IA e la sospetta esistenza dei doppelgänger.
La svolta nella storia arriva quando Clark trova una backroom sul retro del suo negozio e viene sempre più investito dalla voglia di esplorarla, documentando ogni passo in avanti in quello che man mano si presenta come un labirinto sconnesso e senza fine. Mary ovviamente bolla come invenzione il racconto dell’uomo quando in terapia gli parla della sua scoperta, almeno fino a quando quest’ultimo scompare nel nulla.
Uno dei maggiori punti di forza di Backrooms è la combinazione di un formato misterioso, apparentemente complicato ed ermetico e uno sviluppo che funziona in modo semplice e in cui è possibile facilmente leggere metafore e simbolismi. L’idea è quella di creare uno spazio fisico dove dare forma ad una catabasi, stavolta più freudiana che junghiana, frutto però di un percorso psicoanalitico tra due figure incompatibili, tra le quali l’unico transfert possibile è da leggere in chiave horror.

Questo perché nel mondo in cui il film è ambientato nessuno riesce veramente a guardarsi negli occhi, anche quando si è alla presenza di altre persone. Si è sempre completamente soli, chiusi in spazi liminali dove – per definizione – non è possibile abitare, fissando schermi in cui la vita può essere al massimo imitata. Una trovata di setting geniale anche perché ambientata negli anni ’90 – quelli del trionfo del liberismo e della globalizzazione – che trasforma Backrooms in una grande seduta dove viene messo in scena un collasso a vari livelli, a partire da quello della famiglia tradizionale – leggasi “patriarcale” – fino alle ideologie dell’autorealizzazione e della connessione come antidoti all’infelicità.
Geniale in questo senso l’intuizione cinefila del giovanissimo regista, che va a ripescare intuizioni da classici dell’horror tra i quali, soprattutto, un certo film di Tobe Hooper di ormai più di cinquant’anni fa. Testimonianza, questa, della possibilità di un nuovo postmodernismo che miscela il cinema di genere del Novecento con il linguaggio del web 2.0 con cui è nata e cresciuta una generazione di cineasti che si sta pian piano affermando.
Essendo poi un creativo moderno, Parsons ovviamente pone in Backrooms tutti i semi necessari per uno sviluppo futuro tanto nell’approfondire il funzionamento e indagare le origini del mondo alternativo che ha creato, quanto nel continuare ad esplorare i modi con cui esso può relazionarsi con la dimensione che conosciamo e, di conseguenza, direttamente con noi.
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