Recensioni

7.1

L’idea stessa di un tributo a Lou Reed è quanto di più ozioso si possa concepire, dal momento che fanno una quarantina d’anni (abbondanti) che il rock paga ogni giorno tributo al fu scontrosissimo genio newyorkese. Nel caso di Joseph Arthur, c’è da mettere in conto però un’amicizia reale che si esplicita fin dal titolo, un “Lou” intimo ed essenziale proprio come la veste sonora dei dodici pezzi pescati dal repertorio reediano. Lo stesso Arthur dichiara di averli selezionati in base ai propri gusti personali su esplicito invito di Bill Bentley, boss della Vanguard Records, con l’intenzione di ricavare il massimo dell’autenticità emotiva dall’operazione. C’è da credere che sia andata realmente così, a giudicare da come il buon Joseph ha saputo sfrondare la propria naturale ipertrofia espressiva aggirandosi tra le melodie e quei testi lancinanti con la più accorta devozione.

Sembra proprio un disco suonato (chitarra e piano) e cantato con gli occhi socchiusi, nel tentativo di cogliere i riverberi e le sfumature di canzoni che dopo tanti anni sono ancora in grado di liberare energie nuove. A partire dalla opening Walk On The Wild Side ovviamente, così diafana e vibrante che sembra esalare dai marciapiedi della Grande Mela come un fantasma dolciastro. Tra i titoli spicca la presenza di ben due tracce da Magic And Loss (la title track e la formidabile Sword Of Damocles), scelta forse dettata in parte dall’età anagrafica di Arthur – che ai tempi dell’uscita dell’ultimo capolavoro di Reed aveva quei ventuno anni giusti per restarne intrappolato (al sottoscritto accadde più o meno la stessa cosa) – ma anche perfettamente in tono con l’atmosfera elegiaca.

Su questa falsariga ad esaltarsi sono come era prevedibile i momenti a più alto tasso di languore, come Stephanie Says (da lacrime), Pale Blue Eyes e la meravigliosa (inutile fingere distacco) Coney Island Baby, così come una NYC Man resa struggente dal piglio morbido e sornione. Altrove affiora un pizzico di prevedibilità, soprattutto in Dirty Blvd. e Satellite Of Love, mentre Heroin semplicemente si avvicina troppo alle corde dell’originale (già abbastanza scarna di suo) per non soffrirne il confronto. In ogni caso Arthur riesce a tenersi sempre in piedi, sceglie di abbandonarsi con la disinvoltura di chi non nasconde di avere ben poco da perdere e ancora molto da ringraziare. Come tutti noi.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette