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Il pianista olandese Joep Beving e il suo album d’esordio Solipsism sono stati uno dei più sorprendenti casi discografici di quest’anno. Pubblicato alla fine del 2015, Solipsism ha superato in meno di un mese i sei milioni di stream su Spotify, arrivando a metà 2016 a sfiorare i 22 milioni di streaming. A poche settimane della pubblicazione del disco, Beving è stato invitato nella prestigiosa Royal Concertgebouw di Amsterdam (2.000 posti) e ha fatto registrare un clamoroso sold out. Nello stesso tempo ha suonato alla fashion week di New York.
Forse è proprio nata una stella. Sebbene abbia iniziato a suonare il piano fin dall’adolescenza, Beving ha deciso di tralasciare i suoi studi al conservatorio per conseguire una laurea in Scienze Sociali. Ha poi lavorato come consulente e creativo in numerose campagne pubblicitarie in patria e all’estero. Tuttavia, quando nel 2009 ha ereditato un antico piano da una nonna di origini tedesche, è tornato al suo antico amore raffinando il proprio stile e passando dal jazz moderno a uno stile più vicino alla musica classica. Dal punto di vista strettamente compositivo, Beving è dunque influenzato da musicisti neoclassici contemporanei come Nils Frahm (da cui riprende il tono austero e dimesso dell’armonia), Hauschka e Olafur Arnalds (per la dimensione cameristica e raccolta dei brani), da Lubomyr Melnyk (di cui prende in prestito la tecnica della “continuous music”, basata su note rapidissime e serie di note complesse allo scopo di generare armonici e risonanze empatiche con l’ascoltatore) e da Ludovico Einaudi (da cui assorbe lo stile meditativo e ambientale). Ma naturalmente non mancano i riferimenti ad autori più classici come Brahms (Zoetrope, For Steven), Chopin (Etudes, Reflection 2) e ovviamente Satie (la sonata impressionista e autunnale di Midwater).
Da un punto di vista concettuale Solipsism rimanda al concetto filosofico del solipsismo, secondo cui l’essere pensante è incapace di descrivere il mondo intorno a sé, in quanto questo è frutto del suo medesimo pensiero. Solipsism si traduce musicalmente in un dialogo solitario dell’artista, un flusso di coscienza sonoro a cui gli ascoltatori sono gentilmente invitati a prender parte: questa musica che odora di tardo romanticismo francese o tarda epoca vittoriana, recupera la tradizione e viene impercettibilmente trasformata in modernariato utile a descrivere e mostrare il proprio sé, come in una seduta di autocoscienza. Sintatticamente la musica di Beving è capace di operare una fusione fra musica panoramica (Wanderlust, Autumn), ascetismo (Saturday Morning) e un’inesausta capacità d’immaginare complesse unioni sonore e concettuali (Sleeping Lotus). La tenue malinconia delle sue sonate infatti nasconde un anelito metafisico, per quanto sottotraccia. La melodia scorre leggera ed elegante come una piuma che cada da una torre, catatonica e trasognata come sospesa in una trance di riflessi sull’acqua. I brani sono lente e trepidanti cantilene che cullano l’ascoltatore nella loro ragnatela di accordi, nella loro calligrafia di sensazioni trattenute, nel loro vischio di momenti magici trafugati al tempo e allo sguardo. I centri pulsanti di questi brani sono ora onde sonore di cristallo delicatissimo, ora tremolanti rifrazioni, ora geometriche variazioni di stile; ognuna di queste note non fa che ricordare quanto sia futile vivere, se non all’interno dei propri intimi pensieri. La musica di Beving (cellule melodiche che si sviluppano in un trascendentale abbraccio sonoro fra esecutore ed ascoltatore) è un ponte fra new age e impressionismo classico, fra minimalismo e spiritualismo orientale. L’artwork (marmoreo e bellissimo) dell’album è opera del fotografo Rahi Rezvani.
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