Recensioni

È un incantevole vagabondaggio musicale quello in cui si avventura, a tre anni di distanza dall’ottimo Oh Desire, il cantautore britannico Jonathan Jeremiah. Il suo Good Day oscilla tra gli archi ariosi di una New York notturna e il bruciante blues di un giovane crooner in fuga da se stesso, che sposa ottoni e sogni. Con intelligenza e ironia, l’inglese Nella sua trasformazione in soulman d’altri tempi, Jeremiah non perde però la freschezza di quel ragazzino che ascoltava a occhi chiusi i grandi classici degli anni settanta. Registrato su nastro, negli studi Konk di Londra, Good Day è un disco in cui c’è abbastanza spazio per pianoforte, chitarre, doppio basso, ottoni, corni e cori femminili vicino al mondo bondiano, e nello specifico al gusto di Shirley Bassey.
Good Day è una collezione di splendidi momenti quotidiani che rendono una semplice giornata qualcosa di speciale, l’occasione per fare la differenza. Con groove contagiosi e vibrazioni felici, il desiderio sensuale e l’eleganza sognante degli undici brani si legano all’impasto vocale di Jeremiah, che nasce basso e selvaggio fino ad addolcirsi con nuvolosa rotondità. Un po’ James Taylor un po’ Terry Callier, il giovane Jeremiah vive dentro un capsula sonora lontana nel tempo, facendo propria l’idea che il tempismo è un sentimento imprescindibile. Quel baritono vocale ricco, robusto e pieno di autorità, riesce a traghettare orchestrazioni e sezioni ritmiche tipiche del Philly Sound su una liquida e bellissima malinconia. Si prova un forte senso di comunione e celebrazione, nelle canzoni del britannico, come se queste fossero pervase da un’aureola di positività, naturalezza ed emozione condivisa. Il suono – intimo, emotivo e analogico – colpisce per la bellezza nuda e classica, tipica di chi ha capito che il rispetto del passato non può che far da guida per un nuovo presente.
Mountain, con quel fischiettante richiamo agli spaghetti western e a un folk passionale, imperversa con un upbeat energico, mentre l’inebriante romanticismo di The Stars Are Out si lascia contagiare da un groove ottimista. I sette minuti di Deadweight trasformano una ballad folk-rock in una vera e propria cavalcata nel limbo di un amore oscuro e drammatico. Il lussuoso tappeto orchestrale à Bacharach di U-Bahn (It’s Not Too Late For Us) e l’epicità appassionata del sound profetico e suggestivo di Shimmerlove si lasciano sopraffare dalla celebrazione della vita, un destino da cui nessuno può realmente nascondersi.
«Life is just beginning I’m breaking free / on the Nine Streets with the sun on my back» è un verso che Jeremiah canta con luminosa furia, pronto davvero a viverla quella vita libera, a testa alta, col sole a sorreggerlo in una nuova, entusiasmante, avventura.
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