Recensioni

Apprezzato nell’ambiente blues, il trentottenne Joe Bonamassa ha sempre avuto un seguito di nicchia molto affezionato. Nell’arco di tre lustri ha inciso, senza contare i side-project, una dozzina di dischi autografi. Enfant prodige, Bonamassa ha bruciato le tappe di una carriera che l’ha portato ad iscrivere il proprio nome nel gotha dei chitarristi blues più stimati. Forse per riassumere questa frazione di carriera, forse per suggellare i brillanti risultati ottenuti, all’inizio di quest’anno, il musicista si è concesso il lusso di suonare presso l’ambìto Radio City Music Hall di New York City: una conquista che gli ha portato in dote l’ulteriore gratificazione di due sold-out consecutivi.
Dalle riprese effettuate durante quelle serate è stato assemblato materiale live in formato audio e video, edito in CD/DVD e in versione CD/Blu-Ray, che propone un concerto ambivalente. Chitarra acustica, atmosfera intima e pochi musicisti ad accompagnare il mood unplugged nelle prime esecuzioni; organico allargato e dal sound energico nella porzione elettrica. Tutto magistralmente ripreso con un’efficace regia, dividendo in alcuni momenti lo schermo in frame con visuali differenti.
Tutt’altro che ingessato, ma non propriamente intenso, il set acustico mostra una band affiatata. I bagliori scaturiscono da floridi interventi di Lenny Castro alle percussioni, dallo strepitoso background di Reese Wynans (Stevie Ray Vaughan & Double Trouble) al piano e dal curioso apporto al sound di niyckelharpa e mandola a cura di Mats Wester. Bonamassa mette in mostra doti da primo della classe e incanta per tocco e capacità. Pur abbondando le occasioni che catturano l’interesse, tuttavia scarseggiano le emozioni. A dispetto di un suono chitarristico che trasuda negritudine, la ridotta estensione vocale del musicista rappresenta un limite che influisce sul giudizio globale. Altro punto a sfavore è dato dalla mancanza di attitudine sul palco – no, Bonamassa non è un animale da palcoscenico, il suo appeal è poco efficace, non s’impone, difficilmente fa presa – una carenza difficile da supplire. Importuni occhiali scuri incollati al volto per tutto il concerto e una pettinatura da contabile, inoltre, rendono Joe l’alter ego dell’agente Smith di Matrix (Hugo Weaving).
Ma il Radio City Music Hall è gremito di adepti che badano esclusivamente all’essenza della musica, spettatori suscettibili alle meraviglie di un talento e non alle apparenze. Il pubblico si lascia coinvolgere più facilmente quando agli elementi già presenti sul palco si aggiungono ulteriori musicisti per ricreare un circolo esclusivo, una piccola orchestra. Joe Bonamassa imbraccia l’elettrica e, finalmente, è nel suo elemento naturale. La band, composta da una vivace sezione fiati, basso e batteria, accatasta legna, e a Joe basta poco per farla ardere. Si alternano blues, rock e rhythm and blues a profusione. La scaletta dei brani comprende due pezzi inediti – tra cui il rovente One Less Cross To Bear – e nove eseguiti per la prima volta dal vivo.
Live at Radio City Music Hall contempla nel lotto un behind the scenes di 45 minuti e un booklet di 40 pagine con istantanee inedite che ripercorrono l’evoluzione professionale di Bonamassa. Se non siete ancora a conoscenza della statura artistica del chitarrista statunitense, questo documentario può fare al caso vostro.
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