Recensioni

6.8

Il parallelo parte in automatico, guardando titolo e copertina, con uno dei capolavori della Grande Mela: quel New York di Lou Reed che illuminava gli angoli della metropoli per eccellenza con la sua lingua piana, il suo rock asciutto e venato jazzy, il suo volteggiare tra il personale (i personaggi di alcune canzoni), il sociologico ed il politico. Ecco, già nell’elencare queste caratteristiche, ci si rende conto di come l’analisi – passateci il termine accademico – diacronica di una città e del suo rapporto con la musica possa venir snocciolata ascoltando (e riflettendo) su ciò che vive nei solchi di Manhattan.

Jeffrey Lewis si inserisce in quella cornice di folk giocoso ed iper-ironico che aveva trovato una piccola fama dopo l’esplosione, nei primi Duemila, di un’altra faccia di New York, quella delle band in stile-Strokes. Chi c’era si ricorderà di magazine musicali che parlavano di una scena newyorchese che scena non era, se non per la geografia. Ma gente come i Moldy Peaches – per dire di un termine di paragone vicino a Lewis – non aveva nulla in comune con il guitar sound di Casablancas e soci, né tantomeno con il punk funk dei primi Liars. Parliamo dunque, con Lewis, di gente che appartiene alla parte nascosta della storia, quella che fa fatica a smettere ma anche ad andare avanti (almeno economicamente), e che continua a sfornare dischi per semplice passione. Come se si trattasse di un’eterna, sonnacchiosa domenica pomeriggio dell’indie americano. Tornando a New York, in questo disco non c’è spazio per la politica (la disillusione regna), la poesia è sempre bislacca, la storia americana si vede a malapena, se non per il lascito della crisi economica entrato nei canzonieri a stelle e strisce. Ci sono però ironia e tanta voglia di raccontare, e di farlo con foga logorroica, questa sì comune ad entrambi.

Ennesimo capitolo in compagnia (questa volta dei Los Bolts) di una carriera cominciata 18 anni fa e che nel solo conteggio degli album supera i venti titoli, Manhattan ha dalla sua la produzione di John Agnello e una varietà pronunciata all’interno di un canovaccio comunque consolidato (come nel boogie di Avenue A, Shangai, Hoolywood, in cui i doveri del canto sono lasciati a Caitlin Gray). Un esempio? Il disincanto dolente dell’iniziale Scowling Crackhead Ian che trapassa nel relax di Thunderstorm, due facce della stessa moneta folk. C’è spazio per gli assalti simil-punk (Sad Screaming Old Man), i racconti interminabili (Back To Manhattan) in cui la base reiterata è semplice accompagnamento allo scorrere dei testi, il rock’n’roll pestone fuori tempo massimo e alcuni sbadigli.

Si tratterebbe del classico disco di Jeffrey Lewis, roba buona ma che non romperà alcuna breccia, non fosse per Support Tours, brano-capolavoro folk che raffigura meglio di qualsiasi canzone cosa voglia dire “sbattersi”. Pare di vederle, tutte le band amate, stipate nel furgone con le loro speranze, gli scazzi, i pochi soldi, i problemi: “The bassist has to grit his teeth and face it / Pay to stay in a hotel, no way, it’s work, not a vacation/…/I’m in it for the money / is that funny? / I’m a working class musician with no funding in my country” ed altri versi perfetti su questa falsariga. Tutto ciò fa alzare il giudizio sul disco, con la speranza che i guadagni, per Lewis, aumentino, e anche le canzoni come questa.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette