Recensioni

7.2

James Walsh ha avuto una carriera fatta di alterne fortune con i suoi Starsailor, nel senso che la prima metà della stessa è stata davvero di alto profilo (con Love Is Here e Silence Is Easy), perdendosi poi strada facendo con i successivi due album. Dopo un prevedibile momento di stop con la band, James si è concentrato su progetti personali e collaborazioni importanti (leggi Suzanne Vega) che lo hanno portato prima a realizzare un disco totalmente incentrato su un racconto dell’autore americano Palahniuk (Lullaby del 2012) e poi questo Turning Point, uscito per Pledge Music ad aprile. Si può dire che il Nostro sia tornato alle fortunatissime suggestioni dei primi due album, quelli più acustici e intimi per intenderci, accentuando il suo songwriting e soprattutto mettendo in evidenza la voce limpida e cristallina.

In questo secondo disco solista c’è dentro probabilmente quella che è la vera anima di Walsh da un po’ di tempo a questa parte: delicati accenni di soul, ballate di stampo folk che si colorano di arrangiamenti in forte odore Seventies. Su tutto c’è il pop a farla da padrone, nella accezione nobile del termine: si potrebbe infatti parlare tranquillamente di undici potenziali singoli. C’è spesso una precisa intenzione, ovvero quella di spingere sul pedale dell’emotività e della coralità attraverso una costruzione della perfetta pop song che parta in sordina per poi crescere in un climax sonoro; Paolo Nutini, James Taylor e Van Morrison sono alcuni dei riferimenti che si possono trovare in Turning Point (se facciamo finta di non percepire, in un paio di casi, una chitarra in perfetto stile The Edge).

Tra i momenti da segnalare in un disco di pregevole fattura, ci sono il malinconico ritornello killer dell’acustica Broken You, l’intenso duetto con Suzanne Vega (squadra che vince non si cambia) nella slow soul ballad Firing Line e poi ancora l’incedere maestoso di Fading Grace, che con quel refrain così lirico si candida ad essere il momento più intenso di tutto il disco. Better Luck Next Time chiude il cerchio con una morbidissima ballata sporcata ancora una volta da umori soul: parafrasando il titolo, possiamo tranquillamente affermare che non c’è bisogno di aspettare la prossima volta. Con questo album James Walsh è già fortunatissimo.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette