Recensioni

L’attività dei fratelli Campetti vive fasi di assestamento e rilancio: dall’indie a tinte emo degli Edwood al pop-rock chiostrato wave dei Campetty, passando dagli Intercity, che se inizialmente – con un po’ di pigrizia ma senza sbagliare di troppo – potevamo bollare come “gli Edwood che cantano in italiano”, oggi giungono al terzo album dimostrandosi l’attività primaria di Fabio e Michele, quella attorno a cui orbitare per ulteriori variazioni sul tema. Metabolizzato l’abbandono della chitarrista e cantante Anna Viganò (entrata a far parte de L’officina della camomilla), i Campetti rilanciano (appunto) introducendo in pianta stabile il violino nel menù (di Giulia Mabellini e dell’ospite Laura Masotto).
Gli effetti, è il caso di dire, si sentono: se la calligrafia di base resta sostanzialmente la stessa – una sorta di onirico laconico, coi testi sempre sul filo di un nonsense allusivo, le strofe abbacinate e i ritornelli che srotolano melodie tanto più basali quanto più contagiose, mentre l’elettricità sbatte il tappeto della tensione drammatica – l’intreccio sonico ne guadagna in profondità, implicazioni e suggestioni. E’ un po’ come se i Nostri guardassero ai tardi 90s eurpoei, quando band come dEUS, Venus e Scisma tentavano di conferire spessore, ampiezza e struttura al rock “alternativo”, pescando quel senso di svisata, di lucida follia. Finisce che le dodici tracce in programma riservano ognuna qualche piccola, palpitante sorpresa, si tratti del riff ossessivo di violino nella contagiosa Tu, della dolcezza obliqua in mezzo alle sincopi e al tumulto di Kioto, della malinconia wave quasi Notwist di Polar o dei riverberi epici nel melò asprigno e sdegnoso di Reggae Song.
Le voci di Luisa Pangrazio (dei concittadini Ovlov) e dell’amica Sara Mazo (in procinto di rientrare in pista cogli Scisma) conferiscono ulteriori sfaccettature ad un album che ha tutta l’intenzione di essere la più determinata e compiuta dichiarazione d’intenti della compagine bresciana.
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