Recensioni

A pochi mesi dalla pubblicazione di un Ogni cosa al suo posto, che aveva celebrato la rinascita dopo la crisi, e superata qualche incomprensione critica di chi non ha tanto digerito gli esperimenti elettronici di quell’album (comunque sempre misurati e di gusto, oltre che presenti anche sul precedente), il quartetto volterrano rientra in studio sull’onda dell’entusiasmo ritrovato e in venti giorni registra un nuovo disco.

L’impressione iniziale è che lo slancio abbia generato un approccio più diretto e “semplice” rispetto alle consuete sperimentazioni dei Nostri: la follia è sempre al suo posto, ma lo sguardo satirico, stralunato e surreale lascia spazio anche a un po’ più di incazzatura vera, su un tappeto musicale più quadrato del solito.

Si veda ad esempio la coppia iniziale di brani, col punk-hard di Cervelli in fuga e i passaggi tra Primus e boogie di Briciole (dove però a metà la tensione cala, su uno stacco tra ambient, lirica e morbidezze di violino), l’hard rock quadrato del satirico singolo Al diavolo, con le declamazioni da predicatore disturbato e le citazioni argute (il tema di Pinocchio o i versi “gli economisti in coro: / Chi ha preso il mio tesssoro?”) o magari il rock abbastanza classico di La valigia di cartone. E segue i binari consueti del gruppo anche il misto satira sociale/canzone d’amore di Piove (costruita a partire dal dannunziano “Piove su di noi”, che già Pelù riprese ai tempi di Louisiana).

Ma in Niente d’importante si riparte mescolando a tavoletta ragtime e Balcani, per proseguire tra strofe Buscaglione / allievi di Paolo Conte e un ritornello gipsy punk; si rilegge la battistiana Nessun dolore tra electrofunk e esplosioni hard; si azzarda la ballata dagli echi Pacifico di Parole; si swinga blues in 2/4 con echi anni ’30 (o di certo Rondelli) in Confessioni di un italiano medio; si mescola rabbia, electro, funk e noise in Declino lento, uno dei centri tematici del disco, ma anche nell’appello di Non sento niente, con la sua apertura impertinente di piano e un ritornello che strapazza l’idea di cantabilità.

Il lento finale su piano elettrico di Resto qui non ha nulla di quella malinconia leggera del quasi omonimo brano di Capossela, è solo un affidare i titoli di coda a una canzone più di scoramento che d’amore, con quella “vita mai spesa” che è un altro richiamo battistiano – diremmo quindi “uggiosa”.

Un disco con una forte unità se non tematica almeno d’umore per quanto riguarda i testi, che musicalmente rivela finezze e ricerche in modo graduale, ben armonizzato nei passaggi tra un pezzo e l’altro, perfino nei contrasti e nelle opposizioni; soprattutto, un disco che con gli ascolti attenua l’impressione che l’immediatezza e la spontaneità abbiano chiesto pedaggio alla raffinatezza.

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