Recensioni

6.7

Nostalgia. O retromania, stando a Simon Reynolds. Fatto sta che dalla fine degli anni Novanta molti artisti hanno iniziato ad attingere a piene mani dai tanto amati quanto vituperati anni Ottanta – la lista è infinita: uno dei primi segnali arrivò da Jyoti Mishra (White Town) con Your Woman, poi si misero di mezzo l’electroclash e il recupero della new wave, per non parlare dei ritorni di band del decennio che giurarono più volte che mai più le avremmo riviste insieme (alla fine pure gli Spandau Ballet, dopo le battaglie legali, si dissero “scurdammoce ‘o passato” e tornarono in pista con riletture acustiche dei vecchi successi).

Sembrava che da quest’anno sarebbe tornato in voga il brit-pop, e invece l’insospettabile Kurt Feldman, batterista dei Pains Of Being Pure At Heart (ma anche mente dei Deprecation Guild), ci prende alla sprovvista e confeziona, nel 2012, uno dei tributi più didascalici e fedeli agli Eighties, con tanto di rimandi ai suoni originali dei mitici Fairlight e Synclavier e delle soft keyboards di maggior successo targate Roland, Korg e Yamaha. Feldman si fa accompagnare dai sodali Patrick South (tastiere, basso in tre canzoni di Afar), Raphael Radma (sintetizzatori) e Avery Brooks alla programmazione della drum machine, e intanto il nostro PC si trasforma sotto ai nostri occhi in uno ZX Spectrum, dall’armadio spuntano fuori un Moncler e una felpa Best Company e, quando si materializza anche un walkman, capiamo che è ora di cedere alle lusinghe del musicista di Brooklyn e iniziare il viaggio.

L’antifona è chiara già dai colori pastello di sfondo dell’artwork stilizzato: in Afar, opera prima degli Ice Choir, vincono i colori di un pop che scivola liscio, impreziosito di tanto in tanto da citazioni colte (Keats è tirato in ballo nel brano conclusivo Everything Is Spoilt By Use, duetto con Caroline Polacheck dei Chairlift, e il titolo dell’album è ispirato da Wordsworth). Già, proprio come faceva quel volpone di Green Gartside, qui evocato in una A Vision Of Hell, 1996 che sembra pronta per un mash-up con Hypnotize o Wood Beez del genio gallese degli Scritti Politti. Ma non è finita: ci sono gli Omd (I Want You Now And Always), le produzioni di Jimmy Jam e Terry Lewis per Alexander O’ Neal (Teletrips), i New Order e i Pet Shop Boys degli esordi (Two Rings); subito dopo scorgiamo Mike Francis in disparte (nella title track) e gli Aztec Camera di Love (The Ice Choir). Il tutto è amalgamato dalla voce zuccherosa ma distante di Kurt, un ibrido tra Curt Smith dei Tears For Fears e il già citato Gartside.

In soccorso alla band, in fase di missaggio, c’è un altro revivalist col bollino di qualità – Jorge Elbrecht, cantante e chitarrista dei Violens (giunti quest’anno alla seconda prova discografica con la Slumberland Records). Non si sa ancora se avremo modo di ascoltare i nove brani di Afar dal vivo, ma sul disco le citazioni, pur a volte fin troppo diligenti, funzionano perché ci sono melodie ben scritte a supportarle. In attesa di scoprire le prossime mosse di Feldman, il dischetto è effervescente quanto basta ed è una discreta compagnia per poco più di mezz’ora (come i 33 giri dell’epoca). Take a ride.

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