Recensioni

Secchiate di provincialismo e sorrisi mal fidi, facce d’altri tempi, musica d’altri tempi: per I gatti mézzi è tempo di quinto disco che nel titolo ha tutto un programma: Vestiti Leggeri. Ma occorre fare attenzione: i vestiti leggeri sono solo ciò che copre il cuore caldo del disco, quello romantico, viveur, bohemien, appeso da un lato alla musica dei bar affollati e fumosi della ville lumiere dall’altro a quello che ha reso celebre la nostra nazione: Gaber, Conte, Buscaglione e non solo.
Stiamo parlando di una felice operazione vintage, fatta di swing, jazz, qualche accenno di blues, molti archi e fiati e tratti di rimembranze cinematografiche, dei tempi in cui Nino Rota dirigeva orchestre meravigliose di lustrini e Dolce Vita. I gatti mézzi si esercitano su queste partiture, si muovono con sicurezza come dei veterani esperti: affidano all’autoironia la maggior parte dell’onere del disco; concepiscono piccoli ritratti eterogenei, storie di amori, di donne, di successi e fallimenti. Vestiti Leggeri è una piccola enciclopedia decadente, quasi dandy, fatta da un duo che non ci stupiremmo di trovare in qualche angolo di città nei giorni di isola pedonale, ad intrattenere piccole folle di turisti.
E lo fanno con immensa facilità. Parlando di ciò che conoscono meglio nella lingua che conoscono meglio: il pisano. Un’azione che – messa in bocca a qualsiasi altro gruppo della contea – sarebbe risultata spiacevole ed inopportuna. E invece qui regge. Regge nell’opening track sognante e orchestrale Piscio ar muro (“meno aiuole più figliole”), si equilibra in Marina (musica da ultimo metrò) che gioca il nome di una lei che è poi il nome di una località balneare; funziona magistralmente in Soltanto i tuoi baffi (“mamma è rimasta con un tù calzino […] potevi lasciarle chamicia e cravatta”) che rimbalza su leggere partiture d’archi a cui rispondono quasi timide le note di contrabasso.
E ancora: Ti c’ho beccato che è un tripudio di blues e sorrisi a metà, Delirio (tittitti) che quasi ricorda Vinicio Capossela senza fare l’errore di prendersi troppo sul serio, Lacrima meccanica che è la storia di una lacrima spezzata raccontata in pieno e fedele stile Lucio Dalla, contornato da urlate opportune. Le stesse che hanno reso famoso Dario Brunori qui presente in Fame nel ruolo di controcanto di questo blues steppato e ipnotico. Diciamolo pure: I gatti mézzi hanno saputo giocarsi le carte, azzeccando il genere (trasversale sia nella sua anima revivalista, sia in quella originale), azzeccando i collaboratori, l’immaginario e la label (una rivoluzionata Picicca). E non è comunque cosa da poco.
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