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No, non suono jazz. Suono musica nera”. Parole e musica – la citazione è approssimativa – di Miles Davis. Chissà se a Herbie Hancock frullarono tra le orecchie, assistendo all’attacco incrociato che la critica jazz riservò ad Head Hunters, album numero dodici a poco più di un decennio dall’esordio. È probabile altresì che appena iniziarono a fioccare le royalties certi crucci siano evaporati come caligine mattutina. Pensate: ci sono voluti quasi trent’anni perché Come Away With Me di Norah Jones lo scalzasse dal piedistallo degli album jazz più venduti di sempre. Nel frattempo, anche la critica aveva aggiustato il tiro, anche perché molto di quel che era accaduto nel frattempo vedeva proprio in Head Hunters una punto di riferimento irrinunciabile, nonché fonte d’ispirazione dichiarata per hip-hopper d’ogni ordine e grado. Troppo facile però salire dopo sul carro del vincitore. Meglio restare, per quanto possibile, al merito e all’epoca.

Il pianista chicagoano usciva da un terzetto di album piuttosto sperimentali che spostavano sensibilmente verso l’alto l’asticella della fusion (i notevoli Mwandishi, Crossings e – soprattutto – Sextant). Tuttavia, dopo i fasti artistici e commerciali dei Sessanta, il mercato si era messo di traverso procurandogli non pochi grattacapi. Non per buttarla sul prosaico spiccio, ma la svolta di Head Hunters somiglia davvero a una rivalsa (o, se preferite, a un vaffanculo) nei confronti di chi lo calcolava ormai astruso, cervellotico, genio perso nel proprio formidabile labirinto. La metamorfosi investì in primis la band: della formazione precedente confermò il solo Bennie Maupin ai sax (più clarinetto e flauto), completando il quintetto con Paul Jackson al basso, un batterista (Harvey Mason) e un percussionista iperversatile come Bill Summers (ecco a voi i futuri Headhunters). Per se stesso, il pianista si era apparecchiato un arsenale di piani elettrici e sintetizzatori.

Ecco, dunque, mettiamo che il jazz – parafrasando Miles – non esista. E che se c’è un obiettivo ce l’hai tutto intorno. Erano, quelli, giorni caldi sul fronte del funk. Una rivoluzione preparata a lungo e sancita da There’s a Riot Goin’ On di Sly & The Family Stone, ovvero l’abbattimento del muro tra la dimensione artistica e politica, tra euforia e rivolta. Un incaricarsi della questione razziale senza sconti né vaselina. Un diverso porsi. Che investe tutti gli aspetti dell’espressione, visti come tanti anelli di un’unica catena, dall’acconciatura ai testi passando per il recupero delle radici sonore nere. Tenuto conto di tutto ciò, Head Hunters risponde ad un progetto preciso di concretizzazione del jazz. Il funk è un passaggio formale inevitabile e naturale. È il codice della contemporaneità, ponte aereo verso i territori primordiali e ritorno all’urbanità selvaggia. Lo sguardo è metropolitano, il cuore impara battiti tribali. E il jazz? Il jazz è una, dieci, cento chiavi di accesso. Hancock e i cacciatori di teste possono inventare uno spazio coerente e aperto, artificioso ed emblematico. Come ogni buon jazzista è tenuto a fare, trasfigurano tutto il portato black – contrasti, conflitti, rivalse, rivolte, consapevolezza… – in musica. Astraggono, mettendo a terra.

Il risultato sono quattro tracce accattivanti e inesorabili: il funk è sostrato mercuriale (l’omaggio a Sly Stone – appunto – di Sly) e sornione (la celeberrima, angolosa e guizzante Chamaleon) per invenzioni futuristiche e assolo incandescenti consumati tra fughe tribali e sospensioni robotiche. In Watermelon Man un motivetto carpito ai pigmei Ba-Benzelé spalanca una meditazione liquida soul-errebì come potrebbe un fantasma ridanciano Steely Dan in una savana robotica. Infine quella Vein Melter che incede chimerica come uno stregone accigliato in una strada silenziosa, in attesa sul confine tra mistero e futuro.

Con la sua fruibilità disarmante, Head Hunters è un album che ha scosso il palinsesto del jazz attraverso una trama vibrante e audace. In un’epoca già caratterizzata da profonde transizioni, ha definito possibilità che sono andate oltre il jazz, almeno di quello canonicamente inteso, sversandolo sullo scenario del presente e frammentandone le prospettive. Nel bene e nel male, ha stabilito un prima e un dopo.

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