Recensioni
Letteralmente inarrestabile: nessun’altra definizione può davvero dirsi azzeccata per la label inglese Fuzz Club Records che, in appena cinque anni di età, ha pubblicato una quasi incredibile quantità di album, quasi duecento (con anche una nutrita rappresentativa italiana), di cui una ventina solo in questo 2017 (compresi i dischi dei nostrani Gluts, Sonic Jesus e soprattutto JuJu).
L’esordio degli scozzesi Helicon, verissima istituzione del rock psichedelico più underground e carbonaro in terra d’Albione, è la più recente pubblicazione della casa discografica indipendente londinese (in attesa del quinto capitolo della collana di compilation Reverb Conspiracy): uscito nel giorno festivo dell’Immacolata Concezione, l’album renderà sicuramente felici e soddisfatti gli appassionati del verbo psych come da tradizione dell’etichetta. Il gruppo, fondato a Glasgow dai fratelli John Paul e Gary Hughes, macina infatti un rock granitico ma contaminato, dove alle distorsioni più tipiche si sommano inflessioni orientali, in particolare indiane. Gli inserti di sitar (e più raramente tablas) dunque s’innestano in un rock corposo e spesso destrutturato, senza raggiungere però gli estremi tossici di Dead Skeletons e JuJu, memore tanto dell’hard-rock più visionario e pesante degli anni settanta quanto del post-rock più muscoloso e meno liquefatto (Maserati e Mogwai sì, Tortoise ed Bark Psychosis no).
Se il risultato convince principalmente nei brani strumentali, quelli cantati mostrano invece i limiti di una presenza interpretativa perfettibile. Le varie e disparate influenze risultano comunque metabolizzate ed organiche.
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