Recensioni

C’è chi dice che il successo di una buona opera d’arte stia nel rapporto tra il portato culturale di chi la fruisce e l’elemento di novità che l’opera stessa rappresenta rispetto a quello stesso bagaglio: un’eccedenza di informazione che, venuta a contatto col nostro contesto esperienziale, finisce per generare interesse. Gli Handshake da Firenze devono essersela studiata bene questa massima, visto che il loro disco d’esordio An Ice Cream Man On The Moon – seguito di un EP omonimo pubblicato nel 2017 – è un concentrato di citazioni inevitabili quando si parla di rock e psichedelia, sostenuto tuttavia da un’ottima capacità di sintesi.
Prendete ad esempio una bold // brash che sembra una figlia di un Pablo Honey di radioheadiana memoria con qualche svirgolettata funky, una Lasagna che inizia con un riffone à la Black Sabbath che poi si fa psichedelia pinkfloydiana, o magari una Human Skills che ricorda certe progressioni dei primi Ride. E che dire di una The Importance Of Being A Penguin 80% Tame Impala, 10% hip hop estemporaneo à la Jack White e 10% fiati soul, di una Stuck con quei cori un po’ Crosby, Stills, Nash & Young fuori contesto ma riusciti, o magari di una DRM che si chiude con un crescendo acido che manco i Black Mountain?
Gli Handshake se la cavano egregiamente e mettono su un disco che è un caleidoscopio di stimoli variegati, suoni morbidi e avvolgenti, assolo studiati alla perfezione, grazie anche del lavoro del bravo Samuele Cangi in fase di produzione. Un approccio alla musica perfettamente dosato e mai eccessivo, meccanico ma anche fluido, citazionista eppure ricco nella scrittura, smaliziato ma anche rispettoso verso i padri fondatori (tra cui potrebbero rientrare benissimo anche i Beatles, per lo meno per certe soluzioni armoniche). Di questi tempi è – come si dice – grasso che cola.
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