Recensioni

Sesto album per Haley Bonar, classe ’83 cresciuta tra Manitoba, South Dakota e Minnesota, da qualche anno però stanziale e attiva in quel di Minneapolis. L’imprinting è chiaramente alt-country, con ampie concessioni all’easy listening e guizzi di apprezzabile intensità (in Lure the Fox del 2006 tra gli ospiti troviamo non a caso Alan Sparhawk). Almeno questa era l’idea che potevi farti fino al predecessore Golder, risalente a tre anni fa. Nel frattempo però, doppiati i trenta e avviato un side project (i Gramma’s Boyfriend) per sbrigliare la vena post-punk che evidentemente le covava dentro, ha deciso che non era il caso di insistere nel gioco della nipotina imbronciata di Lucinda Williams.
Eccoci quindi a Last War, un album stringato (nove pezzi per circa mezz’ora di durata) col quale va ad immischiarsi con trame new wave, power pop e persino shoegaze, azzeccando un ibrido forse non abbastanza solido eppure vivace, forte di una leggerezza dolente e a tratti impetuosa. Dopo una opening come Kill The Fun che confeziona indie guarnendolo di chitarrina Cure e synth luccicosi, è tutta una sarabanda asprigna e dreamy tra cupezze Joy Division, cromatismi Ultravox e trasporto Yo La Tengo (la title track, Woke Up In My Future), tumulti spiraliformi My Bloody Valentine caramellati New Pornographers (Heaven’s Made For Two, No Sensitive Man), languore spiegazzato a nervo scoperto dalle parti dei primi Radiohead (Bad Reputation) per approdare alla sobrietà vibrante Low di Eat For Free.
La ragazza può vantare grinta, intensità e ispirazione sufficiente a produrre marchingegni intriganti, anche se pare fisiologicamente confinata in una dimensione radiofonica, più appeal che peso specifico. In ogni caso, ha un suo perché.
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