Recensioni

7.1

Milanese, ma di respiro decisamente internazionale, Ginevra Battaglia, in arte Guinevere, si era già fatta notare l’anno scorso con l’Ep Running in Circles, un lavoro improntato verso il new folk-rock, con dei richiami al pop e alla classica; un suono che intreccia il passato e lo reinterpreta in chiave contemporanea, fondendo l’analogico e il digitale per guidare l’ascoltatore in un viaggio intimo, un gioco di chiaroscuri tra esperienze, luci e universi.

D’altra parte, nell’etereo appiglio, della sua musica si legge (fin dal nome) l’eco della West Coast che fu di Crosby, Stills e Nash, oltre che i tocchi audaci di Emiliana Torrini, la delicatezza di certi Fleet Foxes e pure qualcosa dei Radiohead più sinuosi.

L’album d’esordio To All The Lost Souls conferma e amplifica queste premesse, offrendo una produzione (come nell’Ep affidata a Matteo Pavesi, in collaborazione con Damon Arabsolgar) decisamente convincente, con quindici brani che vengono a creare un mosaico di vecchie pellicole ricordo, una fessura che svela le pagine di un diario aperto, una testimonianza intima degli anni in cui l’artista ha affrontato la depressione, il lutto e ha esplorato il vortice dei temi oscuri che l’hanno accompagnata prima di ritrovare la luce.

Il contatto umano emerge così come tema cardine dell’opera: la necessità di superare la distanza che ci separa dagli altri. Lo si intuisce nella robusta Unravel o nella blue note Everybody Dies, che affrontano temi di solitudine e introspezione, pur restando permeati di una sensibilità raffinata. Unravel si presenta come un tentativo di ricostruire un dialogo interrotto, avvolto in una melodia onirica che incarna la bellezza fragile del ricordo. Everybody Dies, invece, esplora la mortalità con un tono che mescola rassegnazione e speranza, trasformando il dolore in una riflessione sulla continuità della vita e sulle connessioni che sopravvivono alla morte.

Gli arrangiamenti orchestrali, curati da Vincenzo Parisi, intrecciano sax, percussioni e archi, dando vita a un paesaggio sonoro carico di introspezione. L’ispirazione che Ginevra sembra talvolta prendere dai paesaggi oscuri di Tom Waits aggiunge una dimensione quasi spirituale, invitando chi ascolta a confrontarsi con i significati più profondi della perdita e della memoria.

Se a questa varietà ci aggiungiamo anche la rabbia da vera rocker di Generational Fear (che sembra echeggiare qualcosa di Anna Calvi), ecco che abbiamo fra le mani un’uscita non banale, che certo merita più di un ascolto per essere apprezzata pienamente, ma che è autentica e originale.

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