Recensioni

5.5

Credevamo di averli persi nell’immenso buco nero dei gruppi alternativi che si affacciano sulla scena per poi ritornare nell’oblio, ma ci sbagliavamo: i Grenouille, dopo due anni di “smottamenti interni” (tra cui un cambio di formazione e il non facile distacco dall’etichetta ViaAudio Records in direzione di un’autoproduzione ribattezzata Milano Sta Bruciando), tornano a calcare i palchi italiani con le loro parabole di strada in chiave alt-rock.

Definiti dalla critica, sin dall’esordio nel 2008, come uno dei pochi gruppi degni di portare verso la modernità il baluardo della scena rock italiana anni ’90, i Grenouille – prima quartetto, ora power-trio – hanno suonato al fianco di nomi ben noti quali Tre Allegri Ragazzi MortiMarta Sui TubiMinistri. Un passato “grungettone” a fare casino nelle sale prove milanesi e a passarsi dischi di Nirvana, Afterhours, Pearl Jam, Guns’n’Roses, Stone Temple Pilots e Alice in Chains, tutte influenze più o meno riconoscibili nei primi due album. Un futuro, a quanto pare, ancora da definire.

Il mondo libero, già esteticamente, non può passare inosservato: titolo dal messaggio incontestabile che, non troppo forzatamente, richiama lavori precedenti di colleghi musici quali Il Teatro Degli Orrori (Il mondo nuovo) e Tre Allegri Ragazzi Morti (l’indimenticabile Il mondo prima). Copertina con l’illustrazione di quel genio della propaganda dell’antipropaganda (passatemi il gioco di parole) che è Shepard Fairey, che ci riporta ad atmosfere postmoderne e all’elogio della rivolta popolare. Ci aspetteremmo quindi un lavoro impegnato, rabbioso, con distorsioni ansiogene e la gradevole propensione al grunge che già li aveva contraddistinti. E invece no. Senza considerare la prima traccia DSM, l’unica “fedele alla linea” degli album previi, che con le sue chitarre incazzate ci riporta ai Melvins di Stoner Witch, il resto dell’album ci sorprende (purtroppo in negativo) per la svolta pseudo-matura in favore di certe melodie fin troppo pop, che richiamano i nuovi Afterhours (vedi È il nostro destino) come i vecchi Verdena (Sulla linea di confine).

Le tematiche dei testi sono ancora una volta all’insegna dell’attualità (leggi diversamente: banalità), con forse sullo sfondo il tentativo, non abbastanza curato, di realizzare un concept-album dai contenuti scomodi. Piacevole la rivisitazione di Poveri cantautori di Jannacci, che diventa Poveri suonatori: scanzonata, a quanto pare autoreferenziale, sicuramente provocatoria (“poveri suonatori, che si metton le giacche di Napoleone“: come non pensare ai concittadini Ministri?). Efficace l’incipit di Il Porno è la democrazia, già presente nell’EP In Italia non si può fare la rivoluzione, che si ricollega al gusto per il postmoderno di cui sopra, facendoci ascoltare un estratto dal film 1984 (versione cinematografica della bibbia delle distopie scritta, come è noto ai più, da G.Orwell).

Ed è proprio quando il disco sta per concludersi lasciandoci con l’amara consapevolezza di essere di fronte a tanta buona volontà ma poca sostanza, che l’ultimo brano, La fine del mondo (registrazione musicata di una struggente conversazione telefonica tra una donna libica e un giornalista italiano durante i giorni della cattura di Gheddafi), ci risveglia dal torpore come una secchiata d’acqua fredda. Peccato, però, che si tratti solo del pezzo di chiusura.

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