Recensioni

Non c’è niente da fare, la miglior fantascienza è sempre quella che pur partendo da un racconto ambientato in un futuro prossimo o lontanissimo riesce comunque a parlare dell’oggi, del presente in cui viviamo, dei pericoli ai quali andiamo incontro, dello spettro di un’involuzione umana che è prima di tutto emotiva e subito dopo sociale. Terminata poche settimane fa su Apple TV+, Silo è arrivata in punta di piedi per inserirsi nel panorama fantascientifico recente e uscirne come uno dei migliori prodotti del genere, in grado sia di intrattenere grazie a una trama complessa ma mai complicata e di far riflettere per tutte le implicazioni inerenti alle società distopiche e post-apocalittiche.

Alla fine, sebbene il tutto sia ovviamente basato sulla saga letteraria di Hugh Howey, è come se tornassimo sempre alle idiosincrasie di Philip K. Dick, non a caso uno dei nomi più citati per sponsorizzare lo show ai nastri di partenza era stato quello di Terry Gilliam, grandissimo estimatore dello scrittore californiano. Perché se è vero che Silo è un’opera monumentale in grado di fornire diverse chiavi di lettura sulla società contemporanea, è vero anche che il soggetto di partenza non può non rimandare direttamente a La penultima verità, tra i romanzi cosiddetti “minori” di Dick, le cui  premesse sono molto simili così come tutta la critica alle menzogne generate da un potere in grado di assoggettare le persone e la loro volontà al fine di mantenere un controllo totale e azzerare la coscienza collettiva o il finale che rimette tutto in discussione in maniera ambigua e giocosa.

A catturare quelle sensazioni, ci ha pensato Graham Yost, una delle penne più rinomate nell’attuale panorama televisivo, che in precedenza ci aveva regalato Band of Brothers, The Pacific, Sneaky Pete e Slow Horses). A lui il compito di riassumere la storia del primo romanzo della saga di Howey in 10 fittissimi episodi che mantengono lo spettatore con il fiato sospeso fino allo sconvolgente finale, che rimanda inevitabilmente a un prosieguo della vicenda (Apple TV+ ha già rinnovato la serie per una Stagione 2).

In un futuro non meglio precisato, l’umanità si è ridotta a sole poche migliaia di elementi che a causa delle radiazioni letali del mondo esterno è costretta a rifugiarsi all’interno di un silo costruito e scavato sotto la superficie. L’ordine prestabilito sembra durare e mantenersi in maniera costante, ma il ritrovamento di un misterioso hard drive contenente informazioni risalenti a prima della rivolta (140 anni prima) innesca una serie di eventi che metterà in pericolo l’esistenza stessa di un ordine sociale. La protagonista è Juliette Nichols, ingegnere che lavora ai piani più bassi del Silo che si ritrova suo malgrado sceriffo dei piani alti, e che è determinata a far luce sulla misteriosa morte del suo compagno. Chi controlla il silo farà di tutto per impedirle di risalire alla verità, una verità agghiacciante.

Dotato delle interpretazioni magnetiche di una sensazionale Rebecca Ferguson (che ormai non ha bisogno di presentazioni dopo le ottime prove nella saga di Mission: Impossibile e in Dune), di Tim Robbins e di un granitico Common, senza dimenticare il fondamentale apporto di un cast di comprimari di prim’ordine, Silo riesce a catturare per il suo ben dosato mix tra thriller investigativo, critica sociale e ambientazione fantascientifica; quello che ci troviamo davanti è un mondo ben costruito (magari non perfettamente credibile, ma congeniale al racconto) che riesce a riassumere abilmente e all’interno di un prodotto di intrattenimento puro le suggestioni più affascinanti di questo tipo di letteratura, con evidenti rimandi anche al Bradbury di Fahrenheit 451 e al suo cruciale discorso sulla memoria capace di scatenare rivoluzioni.

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