Recensioni

6.9

Duo camaleontico quello formato dai californiani Harmony Tividad e Avery Tucker, in arte Girlpool. Il loro percorso non ha seguito mode, sebbene la definizione di “lo-fi” caratterizza il loro sound fin dagli esordi. Eppure oggi, con il quarto disco Forgiveness fresco di pubblicazione, i Girlpool sembrano una band completamente diversa dal 2015 di Before the World Was Big. Il twee pop da cameretta, attraverso il quale i due snocciolavano i loro tormenti interiori, ha lasciato spazio ad altro. Powerplant (2017) riempiva il suono minimale degli esordi con chitarre più graffianti, mentre What Chaos Is Imaginary (2019) apriva le porte a tematiche più impegnate che tenevano in considerazione il percorso gender-fluid che stava attraversando Avery/Cleo.

Forgiveness dà un’altra sterzata all’ordine naturale. Sia nelle tematiche che nello stile. Persistenza del trauma, aiuto reciproco, accettazione convivono con il sentimento che si può essere complici della propria sofferenza. Feste, sesso occasionale, droghe… ci sono traumi che possono essere superati solo attraverso lenti processi di autocoscienza. L’indie slow-core, habitat perfetto di queste atmosfere, viene accartocciato, buttato e coltivato in qualcosa di diverso. Chitarre reverberate, armonie, vocalizzi e un costante substrato elettronico, che osserva l’altare del passato con rispetto, pur espandendo gli obiettivi verso nuovi orizzonti.

Synth-pop, industrial rock e hyper-pop sono le nuove parole d’ordine. A scapito, sia chiaro, di un’omogeneità che in Forgiveness lascia posto a una ricerca incessante verso sonorità dense che mettono in comunicazione Teenage Fanclub e brit pop, Frank Ocean e Elliott Smith. Il focus non è più l’omogeneità del suono, ma l’empatia di esso. Il fuzz-tronico di Nothing Gives Me Pleasure lampeggia di uno stile vintage che richiama l’era glaciale di Notwist e Lali Puna. Il beat è a fuoco, la gravitas perfettamente funzionante. Forgiveness ha il suono del risveglio dall’incubo. A volte di soprassalto, altre con stordimento, altre ancora in maniera naturale. Brani pregni di drammaticità si presentano come freddi monoliti d’autore. Con un coraggio inaspettato.

A volte il tutto si traduce nel minimalismo stop and go di Lie Love Lullaby. Quasi brutale nel suo kraut tribale, il brano va dritto al punto senza troppi giri di parole. Stessa caratteristica di Afterlife e Country Star, che invece giocano con richiami 80s in zona Cocteau Twins e This Mortal Coil. Difficile pensare che questo dream-goth provenga dalla stessa penna di Cut Your Bangs. Tassello emotivo dopo tassello emotivo, il songwriting dei Girlpool illustra un’intensità nascosta: Butterfly Bulletholes è l’estremo più classico di questa fattezza, con un tocco pop barocco e analogico che fa risuonare l’ironia devastante delle relazioni tossiche. Mentre Light Up Later è la punta più contemporanea del disco con i bassi profondi dei synth che dialogano apertamente con il gusto di un’ANHONI o un James Blake.

La produzione di Yves Tumor è tutta orientata verso un sound crepuscolare, amorfo, terreno e allo stesso tempo aulico. Il turbinio sentimentale, i tormenti da cameretta diventano con Forgiveness collettivi, elementi catartici con cui l’ascoltatore può empatizzare. Eppure, non scappa l’impressione che Dragging My Life Into A Dream, Violet e See Me Now siano poco più che riempitivi, entrati in tracklist per creare un filo di continuità (acustica, cantautorale, minimale) con l’anima dei Girlpool precedenti.

Si fa presto a marchiare una band con le stigmate di un determinato genere. I Girlpool di Forgiveness sovvertono definitivamente questa prospettiva, confezionando un ennesimo album trasversale, diverso, coraggioso. Non rivoluzionano l’uso della robotica nell’elettropop, non inventano l’empatia adolescenziale nell’elettronica, ma navigano nel mare della contemporaneità facendosi guidare esclusivamente dai colori delle loro anime. Forgiveness è l’album in cui i Girlpool cercano, più che trovare, sperimentano, pongono domande. Con una maturità invidiabile.

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