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Con questo suo esordio nel lungometraggio, Gianluca Jodice si pone l’obiettivo ambizioso e anche piuttosto complicato di voler costruire un ponte storico e sociologico tra la seconda metà degli anni Trenta (il 1936 fu un vero e proprio anno spartiacque per l’Italia, quando il consenso verso il Partito Fascista cominciò a incrinarsi) e il mondo contemporaneo, fatto di spinte sempre più marcate verso un ritorno a ideologie di estrema destra, favorite dall’intensificarsi della crisi economica globale. Un compito difficilissimo, che Jodice complica ulteriormente prendendo come suo protagonista e oggetto di indagine la figura ombrosa, sfaccettata e per nulla conciliante di Gabriele D’Annunzio. Il suo è il D’Annunzio invecchiato e deluso, portatore di messaggi dal futuro che vedono l’imminente catastrofe all’orizzonte e che cerca in tutti i modi di impedire l’inevitabile. Cinematograficamente impostato e rigorosamente frammentato, Il cattivo poeta utilizza un classico escamotage della narrazione, ovvero il rapporto tra maestro e allievo, tra giovane esuberante ma inesperto e il vecchio saggio, con una formula che vorrebbe persino rimandare all’incarico di Willard in Apocalypse Now, ma l’aura di mistero che circonda il poeta vate ormai ritiratosi da anni nella sua dimora, il magnificente Vittoriale sul Garda, è presto vanificata da dialoghi superficiali che faticano a lasciare il segno, specie nella prima parte.
Eppure, l’aggettivo cattivo nel titolo era già una suggestione invitante. Non per forza a voler indicare un “cattivo maestro”, ma piuttosto un prigioniero (dal significato etimologico): dei vizi, della cocaina, dell’esasperazione del piacere attraverso il corpo, dell’idealismo, di sé stesso. Un poeta schiavo del suo stesso pensiero, capace di irretire attraverso l’abile uso della parola. Sergio Castellitto è abile a restituire un uomo in perenne conflitto tra pensiero libero e la castità a cui va incontro il letterato nell’atto della traduzione in parole. Così come Jodice è abile a non trasformare il poeta in martire, offrendoci uno sguardo più umano sulle sue capacità di lettura del presente.
Ciò che scricchiola vistosamente in questa opera prima dotata anche di un considerevole budget (alla produzione c’è Matteo Rovere, già dietro la trilogia di Smetto quando voglio, Il primo re e L’incredibile storia dell’Isola delle Rose) è una prima parte introduttiva e interminabile in cui in definitiva accade poco di memorabile. Se da un lato abbiamo il fascino intrinseco della figura dannunziana, dall’altro c’è il poco interessante resoconto di un giovane federale fascista inizialmente fanatico e del suo improbabile amore per una donna di sentimento politico chiaramente opposto. Il suo atteggiamento, infatti, cambia in maniera troppo repentina e non del tutto giustificata dagli incontri con il poeta, troppo brevi e didascalici per risultare sfaccettati e profondi. Ne risulta un disfacimento proprio di quell’intenzione iniziale di connettere l’ultima parte del Ventennio fascista ai giorni nostri, dove tutto viene ridotto a uno schematismo buoni-cattivi fin troppo irritante e indigesto, specie per tempi fragili e turbolenti come quelli attuali.
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