Recensioni

Il 20 maggio è uscito per Bronze Rat Records il sesto album in studio di Gemma Ray, ovvero The Exodus Suite, preceduto dal singolo There Must Be More Than This. Registrato live nei Candy Bomber Studios di Berlino e prodotto da Ingo Kraus (Einstürzende Neubauten, Iggy Pop), il disco segna un momento importante nella carriera della musicista. Andando per ordine e analizzando solo alcuni momenti del curriculum dell’artista, troviamo Lights out Zoltar! (2009), album romantico, grezzo, istintivo e, a tratti, ridondante, ma anche Island Fire (2010), che pur mantenendo una certa attitudine noir, rappresentava un’apertura pop non indifferente (quella Runaway era un apprezzabile singolo di successo) e per certi versi molto vicino ai Future Islands. Down Baby Down era invece ancora una volta un ritorno a certe atmosfere dilatate: svuotato concettualmente, toglieva spazio allo storytelling vero e proprio, risultando una lunga e attraente suggestione.
Gli obiettivi di Gemma Ray sono sempre stati nobilissimi e nelle sue produzioni abbiamo apprezzato una certa coerenza, finanche quando essa ha fatto rima con ridondanza. Con Milk For Your Motors discendeva una certa luce in copertina, e l’approccio diventava più cantautorale e leggero, quasi a volersi scrollare di dosso una supposta negatività a favore di un atteggiamento più positivo. Ma l’apparenza inganna. Sarebbe stat0 legittimo aspettarsi un album più lieve e colorato, mentre Gemma Ray sorprende tutti sfornando un lavoro solenne e dalle tinte cupe. La grande attenzione per gli arrangiamenti – grazie anche a Andrew Zammit (batteria, percussioni, organo, synth e chitarra), Fredrik Kinbom (basso, lap steel guitar) e Carwyn Ellis (ospite al piano e al Wurlitzer) – ha portato ad uno sviluppo delle torch songs che hanno contraddistinto per anni l’artista inglese, elevandole a rarefatte arie molto più vicine alla psichedelia propriamente detta (Ifs & Buts, Acta Non Verba).
In questa coltre vaporosa da set cinematografico vestita da noir-pop si intrecciano le storie che costituiscono l’ossatura di The Exodus Suite. Si parla di esodi, di disperazione, di panteismo e di ricerca di qualcosa che vada oltre le disparità sociali, vero cancro di ogni tempo. Non a caso sembra che una forte ispirazione durante la gestazione delle tracce sia arrivata dai sotterranei degli studios dove erano accampati migliaia di profughi siriani. Nel disco ciò si traduce nell’onirico e ancestrale viaggio di Shimmering, nella rabbia a denti stretti di There Must Be More, nell’emancipante sound sixties della conclusiva Caldera, Caldera!. Con un occhio sempre strizzato al surf degli anni Sessanta, al kraut e al blues, The Exodus Suite ci restituisce una Gemma Ray al massimo della propria espressività ed eleganza, portatrice di una forte carica narrativa sociale e politica che negli episodi precedenti era forse, in parte, mancata.
Impossibile non avvicinare Gemma Ray a Polly Jean Harvey, non tanto per stile e timbro quanto per il coraggio di portare avanti il proprio stile senza scendere a compromessi e di esprimere sempre il proprio pensiero senza censure. Forse l’artista non intercetterà mai il flusso più ampio del mainstream, ma con buona probabilità ciò non rappresenta la sua aspirazione maggiore, perlomeno non più di diventare una musicista capace di entrare in sintonia con tutto e tutti senza peccare di magniloquenza. Per questo è già sulla buona strada.
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