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Ascoltare Jamie Stewart degli Xiu Xiu che in Dr. Troll canta: “Listen to On Fire and pretend someone could love you” fa capire subito di quale credito la vecchia band di Dean Wareham, Damon Krukowski e Naomi Yang goda ormai tra i nuovi eroi dell’indie rock. Quelli che oggi suonano e pubblicano dischi e che ieri, negli eigheties, crescevano come sospesi in un ebbro stato di angoscia e allucinazione pop. Proprio come la musica dei Galaxie 500 che mentre si faceva, si nascondeva, più timida ancora dei suoi creatori.

Ancora oggi, ascoltare i tre dischi della band bostoniana, in lucida versione rimasterizzata per le ristampe approntate da Domino, significa doversi calare nelle trame delle chitarre, scendere attraverso il velo bianco e protagonista delle voci, sintonizzarsi con i ritmi sereni e minimali di canzoni tanto dimesse e austere, quanto malinconiche e luminose. Ormai i Galaxie 500 sono un classico e vanno trattati con i guanti morbidi e dolci della storia. A maggior ragione perché assai poco considerati all’epoca, soprattutto nella propria terra, quegli States che, nella seconda metà degli ’80, vivevano il pieno della stagione alternative con tanto di riflettori puntati proprio in direzione Boston, dove tra Pixies e Dinosaur Jr., la band di Dean Wareham passò quasi inosservata.

L’impressione è che se non ci si fosse messo Kramer della Shimmy Disc a lucidare la produzione, ottenendo quella che fu definita “lo-fi psychedelia”, i tre nemmeno si sarebbero dati la pena di cercare chissà quale riflettore sotto cui risplendere. Come molte altre volte, Kramer fu lungimirante. Il sound languidamente rilasciato e morbidamente lisergico dei Galaxie 500, oltre oceano fece subito epoca. Today e On Fire, mostrarono la strada ad una nuova generazione di tristissimi annebbiati britannici e il collegamento tra indie pop, shoegaze e qualunque cosa suonasse “dream” divenne imprescindibile dalla band di Dean Wareham. Pazienza poi se i detrattori ancora oggi sentenziano sciattamente che tutta la discografia dei Galaxie 500 altro non è che la riproposizione del terzo album dei Velvet Underground.

Quella dei bostoniani fu la lezione fondamentale di una band che per sintesi melodica, minimalismo estetico e poesia umana, trovava il proprio stile, in maniera istintiva, dando quasi per scontato cose che invece avrebbero richiesto ben altra retorica. Le intuizioni dei Galaxie 500 erano fatte di piccole cose, vissute in modo ordinario. Quasi un’estetica zen, la loro. Cose di cui abbonda Today ad esempio, messo sempre dopo il secondo disco, nella continua ricerca del capolavoro solitario da usare per archiviare ogni band rock di questa terra. Ascoltato nel 2010 il debutto dei tre non spreca una goccia della sua magia e riascoltare brani come Flowers, Parking Lot, Tugboat e Don’t Let Our Youth Go To Waste, cover magistrale di Jonathan Richman, quasi ti induce a preferirlo al successore, un On Fire forte delle storiche e immortali Blue Thunder, Snowstorm, Strange, Decomposing Trees, Another Day.

A conti fatti il terzo, This Is Our Music, non ti da l’impressione di avere particolari meriti, se non quello di mantenere alta la scuola e la scrittura, che alle porte ormai dei ’90, si permette chitarre mai così effettate come il delay delle sognanti Summertime e Listen, The Snow Is Falling, magnifica cover di Yoko Ono. Da li in poi si partirà per la stagione successiva, con i dischi di Damon e Naomi da un lato e dei Luna di Dean dall’altro. Ma questa è un’altra storia…

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