Recensioni

Se in Energy Flash Simon Reynolds ci ricordava che Everything starts with an E, nel 2022 Everything starts with a K, ed è da qui che ci fa partire We Slowly Riot, l’album di debutto di Front De Cadeaux uscito per l’etichetta francese Antinote. La prima traccia di We Slowly Riot è una dichiarazione di intenti: 7 minuti e 32 secondi di loop paranoico a ritmo lento, suoni minimali e un vocal spiritico. Le parole pronunciate, si spiegano da sole. È un invito.
Da qui in poi, il movimento è il seguente: un lento passo in avanti, e poi un altro, e poi un altro ancora, avanzando inebriati di un odore che sa di sporco, di sigarette, di ore 7 del mattino in un club buio oppure in cui si sta scorgendo la prima luce del giorno.
Hugo Sanchez e Dj Athome sono il duo che ci accompagna in questo viaggio a rilento in cui composizioni elettroniche minimal diventano strumento di una costruzione ritmica primordiale, che riconnette il ballo ad una dimensione archetipica. Il primo è un personaggio noto nella nightlife romana, a capo del collettivo Tropicantesimo, il secondo è un dj attivo da trent’anni nella scena elettronica dub/psichedelica in Italia e a Bruxelles. I due iniziano a testare una pratica che, con il tempo, si trasforma in un vero e proprio stile: lo chiamano supreme rallentato (ribattezzato così dall’amico e dj Fabrizio Mammarella). Ciò in cui consiste questa pratica è il far suonare i dischi in modo errato, ossia a 33 giri invece che a 45. La tecnica è nota già dagli anni ’90 – quando era più comune fare il contrario – in un momento di euforia rave a base di ecstasy; di contro, la slowness dei Front De Cadeaux rappresenta una anti-colonna sonora perfetta per i tempi che stiamo vivendo, un rallentamento forzato versus la velocità costante e informatizzata degli anni ’20 del 2000. Non casualmente, l’album esce in un momento storico in cui i dancefloor di tutto il mondo fanno esperienza di un aumento generale dei bpm, così come le chill room dei club londinesi negli anni ’90 nacquero come risposta all’inebriamento da MDMA di quel periodo.
Tradurre una pratica di djing in un album narrativamente coerente è sintomo di esperienza, ma anche di grandi doti di trasposizione sonora. A colpire, infatti, c’è la sapiente rimessa in scena di influenze musicali diverse (tra tutte: la dub) oltre alla capacità di muoversi fra la singolarità della traccia da club ad una visione complessiva, unendo egregiamente la dimensione d’ascolto con quella di tool.
La title-track, o meglio, un mescolamento di essa nato dal gioco di parole riot e rot arriva subito dopo l’introduzione, il cui testo contiene anche il ‘manifesto’ che è possibile trovare nell’inserto dell’edizione in vinile. Il messaggio più esplicito risiede all’inizio del disco, un inno alla decadenza (‘dance music became empty dance is decadance’) senza la démance, senza demenza. Una comunicazione che non aspetta la fine dell’album per palesarsi, ma che ha un’impellenza di giungere all’ascoltatore. Così come la successiva There Is Something Wrong, che aggiunge un aspetto di glitch alla narrazione. La linearità delle prime tre tracce è tale da portare a pensare che l’unico difetto del disco risieda nell’esaurimento del discorso a circa metà della sua durata, dando la sensazione che forse qualcosa poteva essere sacrificato in virtù della sintesi.
Dopo varie tempeste sonore, Casa Gaza conclude l’album in modalità meditativa, un ritmo dub condotto da un flauto dal sapore mistico, chiudendo il tutto in maniera quasi speculare. La lentezza rimane la scelta indispensabile per consegnare un battito scandito che fa marcire, lentamente, ma tiene vivi gli impulsi della libido. Il contrasto scaturito dall’incontro tra paranoia e sensualità è ciò che carica la musica di Front De Cadeaux di un fascino speciale, ergendo la decadenza a valore, liberando i corpi e le menti dalla dipendenza da dopamina propria del ventunesimo secolo.
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