Recensioni

C’è una piccola dose di consapevole disincanto nello scoprirsi adulti. Lo sa bene Dan Wriggins, voce e penna dei Friendship, band indie-rock di stanza a Philadelphia, qui alla seconda prova sulla lunga distanza per Merge Records.
Caveman Wakes Up è il titolo del nuovo lavoro, che punta a rimescolare la rodata equazione country-rock-americana a favore di uno sperimentalismo che ne allarga i confini estetico-stilistici: il risultato è un rock conversazionale, dal taglio lirico-cinematografico, dove l’inquadratura si allarga su atmosfere e suggestioni. Un minimo comune denominatore rintracciabile, nel presente più prossimo, nelle prove di artisti del calibro di Cameron Winter (con il suo ottimo Heavy Metal), Dutch Interior o gli stessi King Hannah con il loro viaggio alla (ri)scoperta del ‘suono’ a stelle e strisce.
Ma Caveman Wakes Up è soprattutto l’espressione più cristallina dell’estro di ogni singolo membro della band, ognuno parte integrante di una scena sempre più rilevante di giovani musicisti folk e country: il batterista Michael Cormier O’Leary guida il collettivo strumentale Hour e, insieme al bassista Jon Samuels, gestisce la Dear Life Records, casa discografica che annovera, tra gli altri, artisti quali MJ Lenderman, Florry e Fust. (Samuels suona anche la chitarra solista in MJ Lenderman and the Wind). Se il progetto Friendship si è evoluto così rapidamente, ritagliandosi un posto di rilievo, è merito di questo continuo contaminarsi, alla stregua della prolifica scena indie irlandese degli ultimi anni con Murder Capital e Fontaines D.C. a guidarne le fila.
In tale contesto il ‘risveglio dell’uomo delle caverne’ assume un significato simbolico: un viaggio di sola andata tra le pieghe di narrazioni, al crocevia tra conscio ed inconscio, di Wriggins in cui trovano spazio disillusione, crisi depressive e i postumi di relazioni interrotte. Undici tracce che fotografano istanti precisi, lucidi come un sogno: è il caso della ballata All Over the World, dove all’insoddisfazione per una vita trascorsa a consolidare le certezze degli altri (Got a job pulling weeds/ On other people’s property/ Shoring up liquidity/ On other people’s property) si contrappone la possibilità di entrare in contatto con Dio.
Storie che hanno la forma di piccoli bozzetti autobiografici in cui è possibile ritrovare la dolce-amara malinconia dei racconti brevi di Raymond Carver. In Betty Ford, Wriggins si commuove fino alle lacrime guardando un video sulla defunta first lady in via di guarigione, mentre il tema della depressione viene esorcizzato nel refrain innodico di Resident Evil (Some shithead in my living room/ Playing Resident Evil). Relazioni bruscamente interrotte e vite sospese (When you’re born with a weak heart/You need a little extra juice) sono il fulcro intorno a cui ruota l’intensa Free Association, brano crepuscolare immerso in umori in quota Morphine, mentre le chitarre polverose di Tree of Heaven ci catapultano in scenari di frontiera à la Crazy Horse.
Probabilmente il vero punto di rottura, rispetto ai lavori precedenti della band, è racchiuso tutto qui: i brani di Caveman Wakes Up non poggiano su uno schema sonoro fisso, bensì sono in costante evoluzione e votato a una pragmatica sperimentazione, quasi che Wriggins prestasse la propria voce ai Dirty Three. La certezza è quella di un ‘suono’ forgiato sull’intreccio di pedal steel, archi lacrimanti e ritmica Motown che si insinua con delicatezza negli spazi ridisegnati da parole che hanno l’ambizione, ora di mettere in luce, ora di adombrare sprazzi e sparuti fotogrammi di una vita in cui è tanto facile immedesimarsi da avvertirla lontana dalla finzione. Anzi, fortemente reale.
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