Recensioni

7.3

C’era una volta un ragazzino nato in Australia che adorava assistere alle jam session bebop del suo patrigno. Durante la sua adolescenza travagliata, con le insicurezze derivanti da una situazione familiare complessa a fare da contorno, una corporatura esile (da qui il soprannome Flea, letteralmente “pulce”) e un rapporto con le droghe fin troppo confidenziale e fin troppo precoce, quello stesso ragazzino si rese conto che prendere in mano una tromba e, successivamente, un basso, sarebbe stato il suo modo di esprimersi e attirare l’attenzione degli altri sulla sua vicenda umana.

La musica come sfogo e necessità: sono queste le chiavi di lettura che hanno caratterizzato l’esperienza sonora di Flea (al secolo Michael Peter Balzary) sin dai suoi esordi. Adesso in maniera più raffinata e organizzata, con Honora, e già da oltre 40 anni con l’inconfondibile funk impazzito ed energetico dei Red Hot Chili Peppers, il bassista americano si mette ancora una volta a nudo e presenta al mondo forse il suo primo vero lavoro da solista a 63 anni, ben 14 dopo l’EP Helen Burns, uscito nel 2012.

L’album vede lo stesso Balzary all’arrangiamento dei brani, alla guida dell’orchestrina jazz losangelina che lo ha accompagnato per questo nuovo progetto, nonché saldamente al comando delle sue ancore di salvezza-strumenti del cuore. Al suo fianco in cabina di regia troviamo il sassofonista Josh Johnson, nonché moltissimi amici e musicisti di livello, tra cui spiccano i due ospiti d’onore del disco: Thom Yorke (già collega nel side project Atoms of Peace) e Nick Cave.

Il disco si apre, com’era in fondo forse d’obbligo, con un giro di basso/contrabbasso che introduce il tema del primo brano, A Plea, una elegante jam-manifesto (come tante altre che seguiranno nel disco) in cui Flea non lesina certo messaggi politici dal tono pacifista, sempre più frequenti e necessari in un mondo totalmente impazzito com’è il nostro: “I don’t care about you f*king politics”, oppure “Build a bridge/That’s where the courage is”. I brani originali si alternano con cover e re-interpretazioni di brani firmati, tra gli altri, da Frank Ocean, George Clinton, Eddie Hazel e Ann Ronnell.

Particolarmente toccante il passaggio di Wichita Lineman, in cui il duo Balzary-Cave rivisita il popolare brano country scritto da Jimmy Webb per Glen Campbell; ma anche il singolo Thinking Bout You, in cui un toccante arrangiamento di archi accompagna il frutto dell’energia dei suoi polmoni e delle sue braccia, le estensioni del suo personalissimo io musicale più sincero e viscerale.

Un album meditativo, una vera e propria odissea Jazz nel mondo sinora insondato della più autentica vena creativa di Flea. Tracce per lo più lunghe e strumentali, come i 10 minuti e 50 di durata di Frailed, dove i giri di basso si intrecciano con i fiati, i leak di chitarra Jazz, le visionarie improvvisazioni dei musicisti che nobilitano il disco. Nonostante le fugaci incursioni dei partner in crime di una vita, Chad Smith e John Frusciante, il disco è una boccata d’ossigeno dall’oceano pacifico dei Red Hot Chili Peppers che aveva monopolizzato la sua carriera fino ad oggi. Un progetto personale, familiare, con il titolo dell’album che è una dedica a una parente e la copertina dello stesso, che ritrae invece la matrigna iraniana immortalata in una foto d’epoca.

Flea si conferma un artista eclettico, poliedrico (lo ricordiamo già attore in numerose produzioni hollywoodiane), maturo, dalle intenzioni musicali forse più ricercate, se non addirittura più urgenti, dei suoi compagni di banco i Red Hot Chili Peppers, che secondo diversi rumor sarebbero già al lavoro per un imminente ritorno. Flea, intanto, è Free As I Want To Be, come canta nel coro del brano che chiude il disco, libero di esprimere il suo estro come meglio crede. Lo fa con un bel disco, certamente lontano da ciò che le logiche più discografiche o fan-oriented gli imporrebbero, ma evidentemente necessario e indubbiamente riuscito.

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