Recensioni

6.9

L’EP dei Flasher è un ottimo biglietto da visita per il trio statunitense: un bel coacervo di psichedelia di stampo Tame Impala tagliata a metà da una wave sognante più acida rispetto a quella dei Fews e infuocata da passaggi grunge. Quello dei ragazzi di Washington è un approccio che si sviluppa sempre su tangenti semplificate rispetto ai riferimenti che si possono cogliere in Flasher: il noise iniziale dell’introduttiva Tense fa presagire brani in stile Sonic Youth ma non si arriva mai a uno sperimentalismo così spinto; Make Out fa il verso ai Crocodiles ma spinge l’acceleratore sulla psichedelia.

Gli intrecci vocali sono sicuramente l’elemento in più di un gruppo che sa bene dove andare a pescare gli spunti necessari per alimentare il proprio sound: un esempio lampante è Love Me. che parte con un basso in stile Fugazi per poi sfociare in un prosieguo Pavement che ricorda un po’ nel cantato alcuni brani degli Ought. Intrappolati in un passato sonoro che serve da specchio per riflettere un disagio esistenziale difficile da affrontare, i Flashes raccontano la società in cui sono immersi guardandola con occhio cinico e disilluso. Ma quello che si percepisce da questi testi non è rabbia cruenta, ma rassegnazione e accettazione dei piccoli gesti quotidiani contrapposti ai grandi meccanismi socio-culturali che si muovo in totale e imprevedibile indipendenza: «Distant achievements, further growth,empty gesture».

Il trio statunitense scansa la pesante eredità della Washington hardcore ripiegando su altre coordinate geo-sonore, come la Aberdeen dei Nirvana e, soprattutto, il piglio dei britannici Swell Maps. Paralleli e meridiani soggetti a folate psichedeliche e a campi magnetici noise. Un equilibrio precario che però, al momento, sembra funzionare piuttosto bene.

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