Recensioni

7.2

Lo avevamo perso di vista dopo l’esordio The End of History baciato dalla nomination al Mercury Prize da perfetto outsider, un sophomore (The Shadow of an Empire) e un terzo disco (100 Acres Of Sycamore) che aveva alzato l’asticella, ma senza che si riuscisse davvero a capire chi fosse Fionn Regan. The Meeting of the Waters, il suo quinto disco di studio e il primo a uscire per la sua personale etichetta (常に愛TSUNENI AI, “sempre amore” in giapponese), dà qualche risposta, ma non sono quelle che potevamo aspettarci.

Sembrava che ci trovassimo di fronte a un classico folksinger, di quelli irlandesi con il fingerpicking nel sangue e lo storytelling che viene facile facile. Uno che era stato messo dalla stampa in scia a Nick Drake e Bob Dylan (!) e che cercava di trovare la propria voce in un alveo dove la corrente è forte e i pesci che nuotano davvero tanti. I cinque anni trascorsi dall’ultima volta che era entrato in studio, pare anche passati a considerare di non rientrarci più, devono aver fatto girare gli ingranaggi in una direzione diversa, personale e artistica. Non che il folk delle isole britanniche non sia ancora l’ossatura della sua scrittura, ma gli arrangiamenti si sono stratificati, con l’aggiunta di una elettronica lieve, che porta su nuove coordinate tutto il disco.

Accanto ai due minuti di intimità acustica di Turn the Skies of Blue On (qui sì, in pieno territorio drakiano), c’è l’atmosfera plumbea e quasi apocalittica di Coromorant Bird, dove sono determinanti i volumi e gli spazi. C’è Wall of Silver, che soprattutto nella parte vocale tira un sottile filo sotterraneo con le liturgie dei Cocteau Twins. C’è la furia rock di Babushka-Yai Ya, che concentra una danza sabbatica in poco più di un minuto e mezzo. Ci sono gli undici minuti della dilatata Tsuneni Ai posta in coda: aurorali synth che sorreggono un’aria fatta di lievi sfumature e che trasfigurano il folk in una meditazione zen ambient. Un’apertura verso nuovi codici sonori che libera forse definitivamente Fionn Regan dai lacci degli stereotipi in cui rischiava di ficcarsi.

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