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7.5

Dunque, c’è Ferruccio Quercetti. Poi c’è Ferro Solo. E infine c’è Fernando. Più di un banale sdoppiamento: qui siamo alla triplicazione della personalità. E ci si può chiedere quanto i tre alias nella realtà si sovrappongano, si intreccino o si neutralizzino a vicenda. Sicuramente il primo e il secondo coincidono, nel senso che “Ferro Solo” è Ferruccio Quercetti quando il musicista abruzzese si mette in gioco in prima persona senza i Cut, la band punk’n’roll che guida da almeno venticinque anni.

“Fernando” è invece il protagonista e voce narrante (tutti i testi sono alla prima singolare) della trilogia di album che con Almost Mine Part III – The Fernando Chronicles giunge ora all’atto finale. Fernando saluta e se ne va, dopo averci raccontato ancora un po’ dei suoi dolori sentimentali, recriminazioni, occasioni perdute. Il fil rouge narrativo è quello di una storia d’amore finita male e che ha lasciato ferite dure da rimarginare. Storie di tradimenti, di passione ricambiata con la condiscendenza, di dischi prestati e mai restituiti (l’epilogo inevitabile di quelle lune di miele che iniziano con i versi cantati da Dave Davies in Love Me Til The Sun Shines dei Kinks: “you can play my records, stay at my home”…errore, spettacolare errore!) Una lei evanescente, snob e incapace di ricambiare l’investimento emotivo di un lui – Fernando – che invece pencola tra autocommiserazione e auto-ironia, fantasie di vendetta, rassegnazione.

I hope you took it personally, proclama a un certo punto ribaltando un classico modo di dire che si usa quando si mettono le mani avanti. No, qua vuole proprio fargliela pesare. Anche se poi in un altro brano la si mette in guardia dallo “sprecare il tuo amore con un vecchio rottame come me”. Insomma, il buon Fernando è confuso, sofferente e anche un bel po’ sfigato visto che ogni compleanno della vecchia fiamma (The Birthday Curse) gliene capita sempre qualcuna, manco fosse una maledizione. Viene da augurarsi, per Quercetti, che il protagonista fittizio di quella che si presenta quasi come un romanzo in tre volumi – la copertina elegantemente minimale ricorda quelle di certi vecchi tascabili da bancarella, tipo un Penguin a metà prezzo – non sia autobiografico al 100%. Ma anche fosse, che diamine, non c’è niente che un po’ di rock’n’roll suonato come si faceva ai vecchi tempi non possa spazzare via. This Machine Kills Heartaches, come recita il titolo di una canzone, parafrasando il Woody Guthrie antifascista.

La chitarra uccide il mal di cuore, e qui di chitarre ce ne sono parecchie. Anche perché Ferro è Solo per modo di dire. L’aggettivo e il mood confessionale non traggano in inganno: ci sono diversi amici (i “Fernandos”, diversi dei quali provenienti da band affini nello spirito e/o nel suono come Julie’s Haircut, Three Second Kiss, Chow, Forty Winks) a sostenere musicalmente il protagonista. E non si pensi alla solita lamentatio voce & strimpellamento da folksinger depresso. Se cantautorato deve essere, è comunque cantautorato – appunto – molto, molto, molto rock’n’roll. Le canzoni di Quercetti hanno una qualità che non è così facile da trovare, specialmente di questi tempi: quella di convogliare con un entusiasmo e una trasparenza assoluti le passioni musicali di chi le ha scritte, senza per questo sembrare mai figlie di un cliché minore.

Il suo mondo di onnivoro rock-fan è quello oggi forse dimenticato, con l’eccezione di chi c’era e se lo è vissuto tutto, di certi perdenti dell’underground degli anni ’80. Dischi della Citadel e della New Rose, fotografie in bianco e nero di Johnny Thunders e Alex Chilton appese al muro, copie sparse sul tavolo di Rockerilla e di Bucketfull of Brains (c’è anche una mezza citazione, a un certo punto: “cause you left me here with a two packs a day habit and a Bucketful of tears”). Il primo pezzo, What I Am I Doing Here? ha la stessa desolata malinconia di un Epic Soundtracks mentre registra un demo nel suo squat a Notting Hill. La successiva Habit, con aromi folk-punk e mandolino, riporta invece a Mike Scott o forse ai Triffids, mentre la già citata The Birthday Curse con il suo andamento New York Dolls è la Personality Crisis fernandesca. Laddove invece, nella conclusiva Paragraph, spunta di nuovo David Johansen ma è quello che si faceva chiamare Buster Pointdexter, o magari lo confondiamo con il Lou Reed di Goodnight Ladies: in ogni caso, un pezzo morbidamente swingato e after-hour, quando il barista spazza il bancone e chi ha il cuore spezzato trova conforto nell’ultimo bicchiere offerto dalla casa.

Chi lo sa, forse altri broken-hearted il conforto potranno trovarlo invece proprio in questo disco eccellente. Miglior modo di concludere la trilogia non poteva esserci. In bocca al lupo a Ferruccio Quercetti, a Ferro Solo e – ma sì – pure a Fernando. Se lo meritano.

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