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Ricerca artistica e contatto, culturale ed enogastronomico con il territorio. Una sinergia che premia ancora una volta FAT FAT FAT Festival, ormai un punto di riferimento nel panorama dei festival italiani. La formula, che unisce una certosina selezione tra le proposte della black music contemporanea e della dj-culture alle peculiarità enogastronomiche del territorio marchigiano, conferma un aspetto che spesso ribadiamo da queste parti: eventi del genere funzionano e continueranno a macinare successi perché riescono a proporre un modello di turismo culturale di qualità, non banale e spicciolo.

E i numeri di questa quarta edizione – svoltasi dal 2 al 4 agosto – ne sono una conferma: 7.500 le presenze provenienti da tutta Italia e da diverse nazioni europee che hanno animato Piazza Vittorio Emanuele di Morrovalle e la Grancia di Sarrocciano. «È sempre più marcato l’impegno a unire una ricerca artistica – raccontano gli organizzatori – che ogni anno porta in Italia alcuni dei protagonisti della black music mondiale insieme alle nuove promesse e la valorizzazione del territorio marchigiano, declinata nella ricca offerta di gastronomia locale presente sul posto: piatti antichi e tradizionali come ciauscolo, galantina, Paccasassi e Vincisgrassi erano degustabili durante il Festival».

Da gustare anche il raffinato programma artistico, un’esplorazione ricercata e creativa delle contaminazioni tra black music, elettronica e sonorità clubbing. Tutto all’insegna di un approccio solare, energico e ibrido alla musica. Come nel caso di Dam Funk, il guru americano del Modern Funk fondatore della serata losangelina “Funkmosphere”, che ha offerto una delle performance più interessanti del festival: un mix tra dj-set – a base di funky e house – e un live in cui il producer californiano non si è lasciato sfuggire passaggi rap al microfono. Del resto, Garrett Riddick è un veterano della black music declinata nelle diverse varianti: «il percorso di Riddick – si legge nell’approfondimento su SA di Edoardo Bridda – è in verità, uno scavo in profondità nelle radici e nei gangli di un genere mutante che da sempre si è nutrito e rinnovato attraverso le contaminazioni più disparate, dal boogie alla (mutant)disco, dal soul all’house, e naturalmente all’hip hop». L’ambizione di Dam Funk, agli inizi del suo progetto, era di instaurare un ponte tra la tradizione funky – a suo dire bloccata agli anni Ottanta – e il presente: uno sguardo al futuro mantenendo saldo il rapporto con la tradizione. E la formula, nel corso degli anni, ha dato ragione all’artista. Nelle sue esibizioni live – come anche nelle location del festival marchigiano – la vena funky tradizionale è preponderante ma si sposa alla perfezione con tutto un portato elettronico e future che proietta il progetto fuori dal tempo.

Selezioni variegate, che hanno esplorato l’ampio spettro della cultura black e della house, sono state quelle di Motor City Drum Ensemble, Mr. Scruff e Antal, mentre Francis Inferno Orchestra ha dato sfoggio della sua versione quasi esoterica di techno e ritmi quadrati. L’improvvisazione e il linguaggio libero del jazz sono stati al centro dell’esibizione di Mark De Clive-Lowe, con il supporto della meravigliosa voce della cantante Melanie Charles. Ha brillato la stella stravagante di Mooydmann in un set che si è dimostrato, come sempre, sinonimo di calore e spirito originario della house music. Un’esperienza da vivere dal vivo – e non da scaricare o fruire virtualmente – come l’intera tre giorni di un festival che vince per la qualità. In termini di organizzazione, offerta artistica – mai scontata e appiattita – e rapporto con il territorio e le sue prelibatezze. Un menù, musicale ed enogastronomico, di gran classe.

(foto di Daniele Zappalà)

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