Recensioni

Dick Stusso è l’omofonica sigla dietro cui si nasconde Nick Russo, cantante/compositore di Oakland, California, che la Sub Pop per cui incide presenta come un «solo artist che canta ballate country dolceamare». S.P. (sarà l’acronimo della label di Seattle?) è il suo terzo lavoro lungo, la cui scrittura è stata completata quasi per metà addirittura prima della pandemia da Covid-19, salvo poi rallentare e anche interrompersi per lunghi periodi. «Mi sono presto tutto il tempo, lasciando che queste canzoni diventassero il più possibile strane», ha detto l’artista. Di sicuro, le composizioni di questa sua terza fatica lunga non sono banali. Magari peccano un po’ di concretezza, quello sì. L’approccio alla realizzazione è iniziato non molto tempo dopo il debutto del musicista su Hardly Art con In Heaven (2018), disco che gli fu rubato, insieme al PC su cui era stato salvato, da dei ladri entrati nel suo appartamento, e che pertanto dovette essere registrato daccapo. Ciò, tuttavia, non destò insofferenza ai piani alti dell’etichetta sussidiaria di SP, la quale non fece una piega e aspettò che il risultato del lavoro del Nostro insieme all’ex leader dei Gris Gris, Greg Ashley (anche lui oaklander doc), ri-prendesse forma.
A quanto si sa, la gestazione di questa nuova fatica, 18 tracce dalla durata media di un paio di minuti e che sembrano quasi buttate là, en passant, è stata meno travagliata, ma in ogni caso, stilisticamente non si ricollega tanto all’opera trafugata cinque anni fa bensì a quella ancora precedente, l’esordio tout-court, Nashville Dreams/Sings the Blues, risalente al 2015 e attraverso cui l’autodefinita cifra «fuori di testa» dell’artista ha iniziato a farsi apprezzare. Già, ma che cifra? Di fondo, siamo dalle parti di uno psych/blues allucinato, eccentrico, dal piglio indie/lo-fi, una specie di Beck, per dare l’idea, ma meno sperimentale, di sicuro meno elettronico. Si spazia appunto da un country rivisto e aggiornato (A Fairly Normal Guy, The Masterwork) a inni à la Guided by Voices (Part-time Apocalypse, Convenient Life), da aromi deerhunter-istici (Haunted Hotel) a cacofonici esperimenti sonori (Checking Back).
A dargli una mano nella lavorazione stavolta sono stati soprattutto l’amico e disegnatore Andrew Osvald in fase di mixing e Grace Cooper (The Sandwitches, Grace Sings Sludge) che ha prestato la voce a Dinner For Two, allucinata e melodica nenia all’aroma di limone, e Self Reflection (deep), dissonante ballad piano/voce. Ma Nick si è affidato anche a suo padre, Marc, sassofonista vincitore di un Grammy e membro di lunga data dei Doobie Brothers, il quale ha contribuito agli arrangiamenti di fiati di quel bluesaccio da profondo Sud con tanto di battimani che è Garbagedump #1 («Durante la pandemia ha passato un sacco di tempo a casa e ne ho approfittato», ha spiegato il figliol prodigo).
C’è un che di seducente in questa carrellata di schegge impazzite che mutano repentinamente nel mood, ma alla fine della giostra resta una sensazione di incompiutezza, di insoddisfazione, nonostante le premesse (e le promesse). Un lavoro pieno di risorse, di idee, di iniziativa, ma alla fine poco concreto, come l’amico che ride e scherza sempre ma che al massimo ti ci puoi fare una bevuta. Dick non fa proprio cilecca, però ci si poteva aspettare di più.
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