Recensioni

Nella famiglia Smith sono già cinque fratelli, ma quando entrano in studio possono arrivare anche a una trentina. Prolificazione miracolosa? Quasi. Quella grande testa pensante del maggiore Daniel (da cui il nome Danielson e le varie precedenti incarnazioni Danielson Famile, Tri-Danielson e Br. Danielson) ha trasformato quello che nel 1995 era solo il progetto per la sua tesi di laurea in un super gruppo farcito di nomi altisonanti: Sufjan Stevens, Deerhoof, Why? (ma anche Steve Albini, Edith Frost, Serena Maneesh…).
E se questo non fosse sufficiente per destare attenzione, allora preparatevi ad un rocambolesco giro sulle montagne russe del suono: piccole suite dai repentini cambi di tempo e registro, undici rock opera per una Broadway cristiana del ventunesimo secolo (una celebrazione della famiglia e della gioia, dell’amicizia e della vita, e di tutto il sentire umano), voci stridule, call&response, flauti, piano, chitarre, glockenspiel, corni, trombe e via con una lista infinita di strumenti, come se Frank Zappa (Kids Pushing Kids) si calasse un acido con Brian Wilson e l’irriverenza dell’uno diventasse manifesto delle manie di grandezza dell’altro (la deliziosa Did I Step On Your Trumpet). Degli Architecture In Helsinki meno punk nell’attitudine e più progressive, se vogliamo, con cui condividono una creatività straripante e schizofrenica, non solo il numero smisurato di giocatori in campo.
Una “nave” su cui tutti possono e sono invitati a salire. Unica avvertenza: il viaggio non sarà affatto tranquillo e probabilmente qualcuno accuserà un po’ di nausea e mal di mare, una volta rimesso piede a terra, ma vale la pena fare almeno un giro.
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