Recensioni

6.5

Le chitarre fuori sincrono dell’opener Chaparral Mesa si adagiano su un claudicante ritmo in quattro che si manifesta verso la fine del brano, quando la natura sostanzialmente house della composizione emerge definitivamente, ingigantita da echi West Coast (andate a cercare Chaparral su Wikipedia, e tutto vi sarà più chiaro) che contrastano con la natura metronomica del resto del suono. È il momento più appagante di un disco di house biologica, dove l’idea alla base della band madre, i Brandt Brauer Frick, si modella maggiormente sulle altre influenze che le composizioni di Daniel Brandt portano con sé, ovvero motorik e kraut, che tendono la mano a un minimalismo sempre più di moda.

Il resto di questo esordio in solitaria, che originariamente doveva essere un disco di soli cembali, è speziato di trombone (suonato dal sodale Florian Juncker), una sotterranea tendenza alla drone music (Kale Me, che evoca spudoratamente la tradizione novecentesca del piano preparato) e una sostanziale fascinazione post, anche se di rock qui dentro ce n’è davvero niente. Il disco richiama l’attenzione, ed è più godibile come chamber music personale che non sul dancefloor, ma forse il musicista tedesco deve ancora rompere completamente i propri freni prima di poter comporre davvero liberamente.

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