Recensioni

Dan Sartain non è certo uno abituato a ripetersi. Nonostante la sua professione sia quella del rocker perlopiù sanguigno, dal 2001 a oggi ha sparigliato parecchie volte le carte: due dischi autoprodotti, il debutto ufficiale di Dan Sartain vs. The Serpientes, lo sdoganamento avvenuto con Join Dan Sartain (copertina in stile Le Iene di Quentin Tarantino, ricordate?), l’approdo in One Little Indian di Dan Sartain Live e il punk di Too Tough To Live (neanche venti minuti di durata complessiva). Nel 2014, poi, il divertentissimo ed eclettico DUDESBLOOD, che conteneva persino una cover in chiave r’n’r caraibica di Pass This On, uno dei più bei pezzi dei The Knife. Chissà, forse parte proprio da quest’ultima tappa la svolta dell’ottavo album Century Plaza, interamente volto a sonorità synthpop di derivazione anni 80. Però, attenzione, non abbiamo a che fare con il lisergico e ballabile ottovolante eighties dell’ultimo Neon Indian. Qui a prevalere, infatti, sono tinte cupe e notturne, con una finestra aperta su un futuro alla Blade Runner anziché sulla (reinvenzione della) retromania.
Questo, almeno nelle intenzioni; alla resa dei conti le cose cambiano un po’ e di spettri ne affiorano più o meno volontariamente tanti, lungo una scaletta viceversa parca e ben congegnata, di appena otto brani. Si pensa in primis ai goticismi dei Depeche Mode (il flipper new romantic a gettoni punk di Black Party, lo spleen di Feigning Ignorance), ma andando più indietro a volte anche alla sporcizia conturbante dei Suicide (Walk Among The Cobras, già pubblicata in diversa veste agli esordi, e Wipeout Beat, rilettura non a caso di un pezzo di Alan Vega risalente al 1983). L’applicazione dell’elettronica darkeggiante alla forma-canzone metropolitana getta a volte ponti anche con nomi maggiormente contemporanei, più (Chromatics) o meno (Dirty Beaches, si senta Cabrini Green) accessibili che siano. A questo giro il songwriter dell’Alabama incuriosisce, forse, più che convincere al cento per cento o lasciare un segno significativo, per quanto le cartucce perlomeno godibili riesca sempre a spararle (il brioso singolo First Bloods, con tanto di assolo chitarristico, che non dispiacerebbe manco agli ultimi Eagles Of Death Metal).
In tempi in cui il saccheggio Ottanta produce, salvo eccezioni come il già citato Neon Indian, soprattutto paccottiglia artificiosa e stucchevole, Sartain vanta poi una coerenza a una classe a parte riuscendo così a uscire indenne da un’operazione che, in teoria, avrebbe potuto costargli l’accusa di provare a cavalcare l’onda del momento (anzi, il reflusso del momento). Più memorabizzabili che non memorabili, i brani di Century Plaza offrono un punto di vista onesto di un certo periodo storico e relativa corrente musicale, ma andrebbero benissimo anche per accompagnare un film come Drive – se al posto di Refn sedesse in cabina di regia, e visto che ci siamo al sintetizzatore, John Carpenter.
Amazon
