Recensioni

Cullen Omori non era nemmeno maggiorenne quando fondò a Chicago gli Smith Westerns, la band indie-rock dalle sfaccettature glam (i T. Rex di Marc Bolan furono una delle sue tante influenze) in cui militò in veste di frontman fino al 2014, passando da adolescente imberbe a giovane uomo fatto e finito. Da tale rottura ad oggi, Cullen si è messo sulla strada della carriera solista, suggellando l’intenzione con la firma di un contratto con Sub Pop, mentre i suoi ex-compagni di merenda Max Kakacek, Julien Ehrlich e Ziyad Asrar si sono radunati sotto il nome di Whitney per proseguire il percorso musicale precedentemente interrotto.
New Misery è il primo risultato del binomio Omori-Sub Pop, uscito il 18 marzo 2016 dopo l’anticipazione del singolo Cinnamon, uno dei pezzi di maggiore rilievo all’interno del disco. Allontanandosi con attenzione dal versante garage-rock, l’efebico Cullen opta per una forma e dei contenuti di natura drasticamente pop: fra sintetizzatori, chitarre altisonanti e strati di impalpabile atmosfera viene calcato il suo timbro vocale etereo e fresco, in perenne contrapposizione con il clima di disillusione che si respira a partire da No Big Deal. A mettere mano agli strumenti c’è solo Omori, coadiuvato dai musicisti e amici James Richardson e Loren Humphrey, e dal produttore Shane Stoneback.
Dopo un inizio denso, Two Kinds arriva per ribadire, sebbene in chiave quasi western con organetto, chitarre languide e coretti, il filone amoroso su cui si instaurano gli sviluppi dei pezzi, per dare poi spazio alla radiosa Hey Girl e alla carica emotiva di And Yet the World still Turns, che ricorda a tratti il sound dell’ultimo Tame Impala. L’esotismo e l’andamento catchy di Cinnamon irrompono per dare una svolta a un album che altrimenti sarebbe risultato un po’ piatto e difficile da distinguere nelle sue singole parti; solo con Sour Silk il lavoro riprende fiato una seconda volta, chiudendosi infine con la ballata romantica (e nostalgica) che dà il titolo al disco.
New Misery forse non esprime tutto il potenziale del ventiseienne Cullen Omori, ma è di certo un primo passo – delicato e prettamente d’ambiente, piacevole per chi non ha troppe pretese nei riguardi di un prodotto pop dai risvolti dream – che conferma le nuove intenzioni di un giovane americano alle prese con un futuro non ancora scritto, sicuramente in netto distacco dal passato.
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