Recensioni

Prommer è uno di quei nomi che se ne stanno in sordina, ma che sanno di avere in sé un ventaglio di skill al limite del culto. Se si ascolta house non si può non averlo sentito. Il produttore e batterista americano ormai di casa a Monaco ha collaborato con i più importanti personaggi del panorama elettronico mondiale, a partire da Kruder & Dorfmeister per arrivare a DJ Hell, passando per i progetti personali con Fauna Flash, Trüby Trio, Voom:Voom, Alexander Barck e la band nu-jazz Drumlesson. Un piccolo grande artigiano che fa del suo meglio per portare avanti un discorso non più al passo con i tempi, ma sintonizzato su una percezione della qualità altissima.
In questo nuovo lavoro, il dancefloor non è più il fine principale. Scatenarsi non ha più senso dopo le stagioni di musica precedente, concentrate anche (e non esclusivamente) sul ballo. Prommer tenta di coniugare le anime dei suoi molti volti in un unicum che spazia dal ricordo french touch (grande Florian Riedl sui sax dell’opener Shanghai Nights, bello il jazz St Germain di Tob, Der Bär) alla deep-mittel (buono il feat. vocale di Adriano Prestel in Can It Be Done). In più aggiunge il minimalismo classico clubby (Aturo), la soul-tribal (Future Light con il bel featuring di Simon Jinadu dei The Beauty Room), la house classica (Hanging on the DJ Booth), il gusto folk ’70 losangeliano (Wonder of the World) e l’electro pura (Marimba).
Una conferma su un sound magari cristallizzato, dove non manca una patina di già sentito che abbassa il livello dal punto di vista delle soluzioni compositive, ma pur sempre pieno di vitalità e di spunti che chiamano in causa la classe. Non è sicuramente paragonabile alle sperimentazioni dei Cobblestone Jazz, ma risulta comunque più che sufficiente.
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