Recensioni

E ora ci ritroviamo connessi a sterminati depositi di informazioni senza ancora avere imparato a pensare. Anzi, è vero l’esatto contrario: ciò che doveva illuminare il mondo, di fatto lo relega nell’oscurità
Queste parole dello studioso e artista James Bridle provengono dal suo primo libro intitolato, guarda un po’, Nuova era oscura, proprio come il nuovo album dei veronesi C+C=Maxigross, primo di un concept in due capitoli che prende le mosse dalla premessa distopica che segue: “Un gruppo di bambini fuggiti dalla città in fiamme si ritrova a passare una notte nel bosco, raccontandosi storie attorno al falò per rimanere svegli”. Tuttavia, e a dire il vero, a parte il titolo non sembrano esserci molti punti in comune tra il libro di Bridle (che risale al 2018) e i temi che emergono dalle dodici tracce in scaletta, a meno che non si assuma come causa della suddetta catastrofe – la “città in fiamme” – la gigantesca blackbox mediatica nella quale ci troviamo immersi, che mentre ci irretisce con la sua trama fittissima di connessioni e ci delizia con le prospettive di una vasta disintermediazione, produce in realtà più zone buie di quante non ne illumini, precipitandoci in un’oscurità fitta e insidiosa, in una forma più evoluta di buio.
Ecco forse spiegato perché la sensazione dominante che emerge dall’ascolto non sembra essere la tipica angoscia febbrile e cupa di tante narrazioni post-apocalittiche, quanto un senso di convalescenza, di fragilità che prova a rimettere assieme i pezzi, a sedare lo smarrimento, a tracciare un perimetro che delimiti il terreno in cui piantare nuove fondamenta. E su quelle edificare.
Salutato l’ingresso in formazione della corista Anna Bassy (già nel giro di Gianluca Petrella) e di Luca Sguerra (piano e synth), assegnato il ruolo di produttori – per la prima volta – a due membri storici come Niccolò Cruciani e Tobia Poltronieri, va messo agli atti come la calligrafia della band ne esca al tempo stesso ribadita e sgranata, quasi volesse fare di se stessa il terreno di coltura di una metrica sul punto di sbocciare, di una evoluzione espressiva in fieri. Ed è, mi pare, proprio questa vibrazione tra forme note e inedite, questo stato di transizione nervosa e vivida, a costituire l’aspetto più intrigante dell’album. Che prende il via dalla morbida intro strumentale di Cosmica intenzione, il piano che aleggia accorto su una bambagia dissonante, per sfociare senza soluzione di continuità nel tumulto folk-psych con sgasate spacey di Festa (per chi parte e per chi resta), tutto un formicolare agreste che presuppone decolli acidi e astrazioni sciroppose, roba vagamente Animal Collective però annaffiati di cherosene Flaming Lips, mentre il cuore procede stregato da malinconie sinistre (“stringimi forte/respira piano/sarà più semplice lasciare la mia mano”).
Lungo la scaletta il registro oscilla tra coordinate anche assai diverse, uno spettacolo d’arte varia che però sa orbitare attorno al fulcro tematico suddetto, si tratti del folk asprigno e intriso di esotismo inafferrabile di Fuoco pancia (che tradisce qualche addentellato col Battisti di Anima Latina), del soul affogato in emulsione jazzy di Schumann, della rumba radente e abbacinata di Adattamento, della psichedelia digrignata e scombussolata di Aurora (in sella a un estro volatile Captain Beefheart), o ancora della processione da brass band rarefatta e lisergica di Madre (“Giorno di tutti i giorni/Era di tutte le ere/Aspettami”), del mambo vulcanizzato di Partiti soli (estro da Rino Gaetano zombie) e infine dello sprofondare in un vapore fiabesco quasi Smashing Pumpkins di Ultima canzone, i cui versi conclusivi sembrano intenzionati a riassumere il senso di questo primo capitolo e la premessa di quello che verrà: “come ad ogni era oscura/che sparge paura/poi seguirà l’alba/con te”.
Possiamo già mettere a terra un bilancio, seppure inevitabilmente parziale: col loro sguardo allenato allo stupore dei margini e all’indifferenza terminale delle periferie, i C+C=Maxigross riescono a inquadrare nei radar la sagoma spettrale del meccanismo che sclerotizza il presente mentre prosegue, inesorabile e paziente, a polverizzare il futuro. Tuttavia non rinunciano a indicare – anche, va sottolineato, a livello sonoro – una possibilità di rivalsa, quella che potremmo chiamare – chiedendo un prestito a Tecnomagia, saggio dell’ottimo Vincenzo Susca – “l’estasi nel cuore della distopia”. Perché, come ebbe ebbe a scrivere il mai troppo rimpianto Mark Fisher nel suo fondamentale Realismo capitalista, “La lunga e tenebrosa notte della fine della storia va presa come un’opportunità enorme. (…) Da una situazione in cui nulla può accadere, tutto di colpo torna possibile”.
È dunque nell’albeggiare fragile di questa speranza, con la primavera che bene o male torna a schiarire le cose, che attendiamo il secondo volume.
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