Recensioni

La storia dei Cardiacs, forse la più di culto delle band di culto dell’underground britannico, è coincisa di fatto con la parabola artistica e di vita del fondatore e mastermind Tim Smith. Dagli esordi in piena era punk e new wave (il primo singolo A Bus on a Bus for the Bus, risale al 1979), attraverso l’affermazione alla fine degli anni ’80 (il debutto “ufficiale” A Man and A House And The Whole World Window, 1988) e l’evoluzione lungo tutti gli anni ’90 (il fan favourite Sing To God, 1996), fino alla morte avvenuta nel 2020, il gruppo è stato di fatto la sua emanazione, indefinibile nel mescolare nevrosi dadaiste, teatralità farsesca, barlumi pop, accelerazioni punk e grandeur sinfonica prog, sviluppando una grammatica musicale schizzata, aliena e contraria a tutte le convenzioni armoniche, tonali e ritmiche (per definizione, i Cardiacs si amano o si detestano). Dai Radiohead ai Blur, da Justin Hawkins a Steven Wilson a Mike Patton, la lista di fan e cultori più o meno insospettabili è lunga, e a ragione.
Rimasto invalido dopo un ictus nel 2008, Smith aveva dovuto interrompere la lavorazione al successore di Guns (1999), continuando tuttavia negli anni a sviluppare le tracce incompiute, selezionando e guidando i musicisti e lasciando direttive precise, nonostante avesse perso l’uso della parola. “I don’t want Cardiacs to end”, aveva confidato prima di morire; adesso, grazie alla dedizione del fratello Jim, storico bassista e curatore del progetto, il suo desiderio è stato esaudito nel lieto fine che questa storia unica merita.
LSD è un doppio ipertrofico e muscoloso, divertente, celebrativo, imprevedibile e naturalmente eccessivo come ogni cosa Cardiacs, che ne vivifica e consolida la legacy racchiudendone tutto il range compositivo ed espressivo pregresso e andando, se possibile, oltre. A partire dall’ottimo singolo apripista Woodeneye, in cui risplende il lavoro del chitarrista e arrangiatore Kavus Torabi (oggi nei Gong), è un pazzo giro di montagne russe non privo di sorprese (il “pop” di The Blue And Buff, Lovely Eyes; la follia di Skating) e anche di momenti riflessivi ed elegiaci (Breed, l’inizio drammatico di Men in Bed e la fine poetica di Pet Fezant), tra partiture iper-complesse, canzoni insolitamente “dritte”, melodie ubriache e psicotiche e momenti di dolcezza inaspettatamente violenti; non ha davvero senso rintracciare paralleli o antecedenti se non in un contesto autoreferenziale (certi momenti “circensi” portano ai primi album), per quanto una Spelled All Wrong ci suona come il Black Francis di Bossanova (anche se probabilmente l’influenza avrà funzionato al contrario).
Qualità compositiva a parte, il vero valore aggiunto sta proprio, in ultimo luogo, nell’essere un lavoro corale; è significativo che a sostituire o affiancare la voce di Smith non ci sia una ma uno stuolo di voci, tra cui Mike Vennart, Rose-Ellen Kemp e il batterista Bob Leith (già collaboratore dei nostri Sterbus), mentre gli arrangiamenti di fiati e archi di Craig Fortnam consolidano il tutto con grande cura. Un giusto e doveroso epilogo che suona, prima di tutto, come un atto d’amore.
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