Recensioni

Potete amarli o potete odiarli. O anche amarli e odiarli allo stesso tempo. Quel che è certo è che ai Canova, più di tutto, interessa non passare inosservati, bastava guardarli sul palco dell’ultimo concertone del Primo Maggio, con quell’aria spavalda e sbruffona del tipo “non c’importa cosa dite di noi, l’importante è che se ne parli”. Con l’esordio Avete Ragione Tutti, pubblicato tre anni fa, erano ancora avvolti dalle brume di quel substrato indie che, in ragione del suo essere – appunto – lontano dai circuiti massmediatici tradizionali, rende tutto interessante a prescindere. Ora, con questo secondo lavoro sulla lunga distanza, i milanesi capitanati da Matteo Mobrici affiorano del tutto a livello mainstream incanalandosi sulla scia di un genere a cui nel frattempo è stato attribuito un conio, quell’itpop già plasmato attorno ai nomi di Calcutta, Ex-Otago, Gazzelle e Thegiornalisti (del resto, dietro la console di questo Vivi Per Sempre c’è Matteo Cantaluppi: un nome, una garanzia in fatto di nuovo pop italiano). Ma se l’autore di Evergreen, oltre a essere stato tra i padri della formula, ha avuto quantomeno il merito di sostenere i suoi calcoli con una scrittura ispirata, sugli altri – Canova inclusi – stendiamo un velo pietoso.
Pop come popolari o come populisti? In tempi di discorsi alla “pancia”, anche la musica s’adegua. La complessità è bandita, i tradizionali elementi che – combinati assieme – fecero la fortuna della canzone popolare nostrana – cui peraltro i summenzionati protagonisti della scena odierna parrebbero ispirarsi – sono bollati come barocchi, ridondanti, inessenziali, a beneficio di utensili “d’aggancio” (ora l’hooketino di chitarra, ora il contrappunto di piano catchy, ora la frase nonsense) dal dichiarato scopo empatico che suggerirebbero – semmai – analisi sociologiche sulle ragioni del loro attecchire. La semplicità non è più – come diceva qualcuno – un punto d’arrivo ma un modello mendace al ribasso a cui si giunge per colpevole sottrazione. L’intelletto non è un porto gradito, sono il materno calore e la rassicurante morbidezza delle viscere l’approdo davvero agognato da questi nuovi sovranisti dell’italico pentagramma. Chissà, magari alle elezioni faranno il botto e in Europa saranno maggioranza, ma finché avremo il diritto di parola è giusto denunciare le nefandezze di questi moderni barbari.
E sì che i Canova stavolta provano pure a buttar dentro ingredienti che rievocano il sapore del pop com’era inteso fino a 10-15 anni fa, se è vero che Shakespeare è animata da aneliti coldplayani e Domenicamara richiama il combinato disposto d’inizio millennio Lùnapop/Le Vibrazioni. Il tutto, però, da un lato (Goodbye Goodbye, Ho Capito Che Non Eravamo) intriso di quel rock dai sapori albionici anni ’90 che è ormai una specie di clichè per lo sfigato 2.0 figlio – suo malgrado – del Jobs Act e del lavoro per algoritmi, chiuso in casa a imbottirsi di serie TV e che a trent’anni non sa ancora cosa sia una relazione sentimentale stabile (al massimo qualche “trombamica”, quando non le prostitute), e dall’altro (Per Te) ammantato di un’aura falsamente alternative che vorrebbe richiamare il cantautorato, quello sì per palati fini, dei Virginiana Miller (coi quali ci scusiamo per l’accostamento). «Sui giovani d’oggi ci scatarro su», cantava Manuel Agnelli. Chissà se dopo vent’anni gli è rimasta ancora un po’ di saliva.
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